mercoledì 10 gennaio 2018

'Il Cinema a Crema e Dintorni' (17 Gennaio - 21 Febbraio 2018)

e con il patrocinio del Comune di Crema,
arriva l'evento-rassegna

"IL CINEMA A CREMA E DINTORNI - Pellicole e luoghi da (ri)scoprire"


Una selezione di film girati tra gli anni Cinquanta e gli anni Duemila nei territori cremasco, cremonese e lodigiano finalizzata a ripercorrere il legame tra i luoghi nostrani e l'arte (cinematografica, in questo caso) in occasione della concomitante uscita ufficiale italiana dell'ultimo lungometraggio di Luca Guadagnino Chiamami col tuo nome, in parte contenente riprese della nostra terra.
Cinque Mercoledì sera, dal 17 Gennaio al 21 Febbraio prossimi, alle ore 21:00 presso Sala A. Cremonesi del 'Sant'Agostino', ad ingresso libero aperto a tutta la cittadinanza fino ad esaurimento posti.
Per ogni proiezione un intervento introduttivo di esperti, cinefili e studiosi vari. Tra i collaboratori tecnici il circolo Amenic Cinema.

lunedì 8 gennaio 2018

«Si ama il cinema» da 15 anni

Scatta il 2018, e per il circolo culturale Amenic Cinema (costituitosi ufficialmente nel 2003) è subito clima festoso e di gran soddisfazione per il traguardo del 15° anno di attività!
Auguri a noi dell'Associazione (ai fondatori, dell'illuminato intuito, passione sfrenata e coraggio dei quali c'è da essere grati, ed ai tanti valenti co-direttori e amministratori che si sono succeduti e continuano a succedersi, ognuno con la sua visione artistica, sorretti da nulla più che la beata soddisfazione di guardare "vecchi film" in compagnia).
Auguri al vario e resistente pubblico di spettatori Associati e di followers diversi (se qualcosa sentite "l'Amenic" vi abbia trasmesso, a noi basta per essere ripagati).
Auguri alle Istituzioni Comunali che sempre ci permettono di operare, ed alla costellazione di organizzazioni cittadine e territoriali con le quali almeno una volta si ha stretto collaborazione (il sale da voi apportato si dimostra sempre utile).

Che il motto «on aime le cinéma» viva per altrettante stagioni! Lanciatevi con noi nel nuovo anno.

Lo staff di Amenic Cinema

venerdì 15 dicembre 2017

Lunedì 18 Dicembre: Una pazza giornata di vacanza

ULTIMA PROIEZIONE ASSOLUTA DELL'ANNO
ISCRIZIONE AL CIRCOLO IN OMAGGIO!

Conclude la rassegna

Una pazza giornata di vacanza

Una pazza giornata di vacanza è una commedia brillante con protagonista un giovanissimo Matthew Broderick nel ruolo di Ferris Bueller che salta la scuola per evitare un compito in classe. Agli occhi dei genitori, preside e compagni di scuola Ferris si fingerà malato per trascorrere una giornata a Chicago con l'amico Cameron (Alan Ruck) e la fidanzata Sloane (Mia Sara), tra visite al The Art Institute e parate in centro città. Il preside (Jeffrey Jones) si butterà al suo inseguimento, conscio delle numerose furbizie del giovane, idolo dei compagni ma odiato dalla sorella (Jennifer Grey) per essere il cocco di mamma e papà. 

Hughes scrive e dirige una pellicola divertente e dal passo spedito, in apparenza scanzonata e spumeggiante senza però tralasciare critiche all'autorità precostituita simboleggiata dalla scuola, alla tentazione dell'omologazione da parte dell'istituzione e alla brutale separazione tra microcosmo giovanile e macrocosmo adulto. Il film rappresenta la chiusura di un cerchio, di un'accurata indagine del mondo adolescenziale iniziata con Un compleanno da ricordare, nel 1984, e proseguita con The Breakfast Club.


con Matthew Broderick, Alan Ruck, Jeffrey Jones, Mia Sara, Jennifer Grey
Una pazza giornata di vacanza (Ferris Bueller's Day Off) di John Hughes, USA, 1986, colore, 99 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Mattia Zaffardi)

"Una pazza giornata di vacanza" ("Ferris Bueller's Day Off"), lavoro divertito e di personalità, alternante comicità demenziale e carattere assorto quanto serve, affronta e prosegue, nella filmografia di John Hughes, il già delineato discorso sull'adolescenza che è il marchio di fabbrica che ha contraddistinto l'autore alla metà degli anni Ottanta.

Dopo il successo vastissimo di "Porky's" (Bob Clark, 1982) e relative filiazioni Hughes trovò una via alternativa alla farsa puberale sconcia che andava in voga a quei tempi; un tipo di comicità non indecente, uno sguardo sulla giovinezza non banale collegato al gusto di Hughes per i viaggi formativi, di crescita dei caratteri. È un tratto comune a quasi tutte le sue commedie, anche quelle meno riuscite, ed è il caso preciso di "Una pazza giornata di vacanza" con i suoi gradevoli viraggi metanarrativi, la regia giocosa, a tratti improvvisata, ma sempre sapiente, l'unicità delle singole idee o sequenze, la memorabilità e le sottolineature dei personaggi e dei temperamenti (entrati di diritto nella cultura popolare americana, ...e anticipatori pratici di molti vezzi Simpsoniani).

Il film è la cronistoria della giornata libera autonomamente presa dalla scuola dal diabolicamente scaltro Ferris Bueller, un Matthew Broderick in formissima e all'epoca lanciato verso il successo planetario dopo aver recitato in "WarGames" di John Badham e in "Ladyhawke" di Richard Donner. Il protagonista, per andarsene a zonzo assieme alla sua ragazza e al migliore amico, si impossessa della Ferrari d'epoca del padre di quest'ultimo e ingaggia una lotta senza quartiere con il preside della scuola, l'unico capace di vedere il genio 'criminale' del giovane Bueller. Grazie a marchingegni sagacissimi, grande capacità d'improvvisazione e spirito di iniziativa sarà una giornata da non scordare mai più. A parte qualche ammiccamento di troppo (Ferris/Broderick spessissimo guarda nella cinepresa e si rivolge direttamente al pubblico) è una pellicola divertentissima, briosamente leggera che si trasforma in una sorta di percorso evolutivo di tre giovani che stanno transitando dall'adolescenza all'età matura, al mondo dei 'grandi'. Anche al prezzo di cambiare totalmente il modo di rapportarsi alle cose e alle figure: vedi la rivolta di Cameron, l'amico ipocondriaco e complessato - probabilmente il personaggio migliore in assoluto - che per la prima volta si oppone quasi brutalmente a ciò che il padre incarna e rappresenta.

La città di Chicago è inquadrata in abbondanza. Favolose le scene contro i cristalli della vertiginosa Willis Tower, e per le sale allestite dell'Art Institute, e nel mezzo dell'oceanica parata allegorica nelle strade del centro (con Ferris che omaggia i Beatles scatenandosi in un playback di "Twist and Shout"). Hughes dichiarò di Chicago di volerne catturare, più che le immagini, lo 'spirito'; la numerosità e la diversificazione delle comparse sono poi forse un riconoscimento alla multietnicità.
Quasi da enciclopedia l'insieme di suggerimenti che si regalano per ingannare genitori e conoscenti nella prima metà del racconto. John Hughes affermò di aver avuto in mente Matthew Broderick nel ruolo di protagonista già da quando scrisse la sceneggiatura (operazione per la quale bastò una sola settimana). Per il ruolo di Sloane invece, il regista aveva in principio preso in considerazione l'attrice Molly Ringwald (volto per lui stra-abituale), ma la scelta ricadde poi su Mia Sara dopo che quest'ultima lo aveva positivamente sorpreso durante il provino.
Il successo al botteghino fu notevolissimo, con incassi che ripagarono di quasi dodici volte i costi di produzione. Nel 1990 si arrivò addirittura alla trasposizione in serie televisiva, per la NBC.
Un film giudicato entusiasmante sia dal pubblico che dalla critica, ancora oggi senz'altro da (ri)scoprire in lungo e in largo (la buona qualità cinematografica è evidente; gli elementi narrativi sono tipici dell'universo Hughesiano; la presenza di sguardo ha netta efficacia), pur tenendo conto delle inevitabili forzature buoniste che affiorano di tanto in tanto e di un controllo delle velleità che talvolta si allenta.
Nel 2014 "Una pazza giornata di vacanza" è stato selezionato dal National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti per essere aggiunto all'elenco dei film da preservare.

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mercoledì 6 dicembre 2017

Lunedì 11 Dicembre: Bella in rosa

PENULTIMA PROIEZIONE ASSOLUTA DELL'ANNO
ISCRIZIONE AL CIRCOLO IN OMAGGIO!

Prosegue la rassegna


Bella in rosa

Andie (Molly Ringwald) è una liceale responsabile e creativa ma che proviene dalla parte sbagliata della città; Blane (Andrew McCarthy) è un signorino danaroso dal viso gentile che mette gli occhi su di lei e le chiede di andare al ballo studentesco. Ma quanto più il loro feeling sentimentale cresce, tanto più è minacciato dalle pressioni dei conoscenti di pari condizione sociale che rispettivamente li attorniano.

Dal connubio tra l'accreditato padrino della corrente 'Brat Pack' John Hughes (alla sceneggiatura e alla co-produzione) ed il videomaker con esperienza nei clip musicali Howard Deutch (alla regia), un lungometraggio che per certi versi strizza l'occhio a Cenerentola e per certi altri a Romeo e Giulietta, leggerissimo e fissamente fedele alle sue rosee pretese, nonostante dimostri anche di conoscere dove le penombre della vita intima o dei rapporti collettivi stanno circoscritte.


con Molly Ringwald, Jon Cryer,
Andrew McCarthy, James Spader, Harry Dean Stanton
Bella in rosa (Pretty in Pink) di Howard Deutch, USA, 1986, colore, 93 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Daniela Caizzi con Moreno Comotti)

Film che ai tempi della sua uscita fece registrare buoni successi ma la cui sopravvivenza odierna è per lo più dipendente da una nostalgica indulgenza, “Bella in rosa” ha tuttavia l'arma della semplicità che si tramuta in godibilità fluida e senza pretese. La mano registica è quella di un Howard Deutch alla sua prima, piuttosto impersonale, esperienza nel lungometraggio dopo un passato di autore di videoclip musicali; un Deutch che si dice venne arruolato puramente allo scopo di far rifiatare John Hughes (il reale deus ex machina del film, e della corrente 'Brat Pack' in generale) la cui inventiva era all'epoca spinta al massimo con risultati produttivi pari a una media di due film all'anno recanti il suo nome tra le figure tecniche di vertice.

Pretty in Pink” (il titolo nativo, preso a prestito da una canzone dei The Psychedelic Furs) tratta di una sorta di Cenerentola anni '80 che vede come protagonista una giovane ragazza acqua e sapone, fresca e spontanea, Andie, che si trova ad affrontare la vita comune ai ragazzi della sua età, tra momenti positivi e negativi. Procura simpatia e un po' di nostalgia osservarvi i vecchi dischi in vinile, i primi voluminosi computer, i telefoni fissi, le pettinature cotonate e i vestiti sgargianti tipici di quegli anni. Ma non tutto è cambiato; alcune dinamiche sono le stesse da sempre: il rapporto genitori-figli, le differenze di classe, gli episodi di bullismo, i problemi di cuore, ma soprattutto l'importanza dell'amore nella vita di noi tutti. Tematiche nelle quali ciascuno può identificarsi trovando quindi una certa vicinanza con la protagonista, questa ragazza che sta sbocciando alla vita come un fiore (rosa per l'appunto).

Intorno a “Bella in rosa” le curiosità non sono poche. La più grande riguarda il suo epilogo: che nelle intenzioni originarie degli Autori era l'esatto contrario di quello che fu poi visto nelle sale ufficiali ed è oggi conosciuto. Nel corso infatti di un'anteprima di prova il cui pubblico era costituito in grossa prevalenza da teenagers, la platea aveva manifestato palpabile disapprovazione verso ciò che il finale andava raccontando; tale riscontro portò i realizzatori ad una serie di riflessioni finché non fu deciso di dare agli spettatori ciò che oggettivamente volevano. I minuti conclusivi della pellicola vennero allora tagliati e girati daccapo (richiamando in ruolo i giovani attori che nel frattempo avevano già assunto nuove destinazioni lavorative e, nel caso di McCarthy/Blane, avevano anche cambiato fisionomia – capelli rasati a zero: onde il ricorso alla parrucca) con ribaltamento dell'esito circa quale contendente avrebbe avuto l'onore del ballo con la protagonista Andie.
Altra nota. Il guardaroba della bella Andie e lo stile personale dell'attrice che la impersonava, Molly Ringwald, coincidevano. Il look eclettico e vintage-chic che prevedeva il recupero di tanti capi ed accessori di seconda mano immortalato sullo schermo era condiviso nella realtà quotidiana anche dall'interprete medesima, la quale adorava bazzicare i mercatini dell'usato.
Un accenno alla colonna sonora? Certo che sì. Lo score musicale di "Bella in rosa" ebbe un gran successo indipendentemente da quello del film. La rivista 'Rolling Stone' lo classificò all'11° posto fra le migliori compilation di tutti i tempi associate a un film. Da parte di John Hughes fu intenzionale l'accurata selezione di brani dal repertorio delle band new-wave, post-punk o indie-pop che in quel momento si stavano musicalmente esprimendo nel modo più intenso. Le canzoni, che abbinano mordente e sconsolatezza, sono tra i vari firmate Echo & The Bunnymen, New Order, The Smiths, Suzanne Vega, INXS e formano un'antologia davvero di gusto. Singolare tuttavia che il disco non avesse inclusa la canzone che sottolinea uno dei momenti divenuti più famosi del film: la hit del 1967 di Otis Redding "Try a Little Tenderness", sulla quale il personaggio di Duckie effettua uno sfrenato e caldo balletto per dichiarare i suoi sentimenti ad Andie. Curiosità nella curiosità: la coreografia su cui Cryer si scatena fu opera di Kenny Ortega, artista che già aveva curato dei passi per Olivia Newton John e Madonna, e che l'anno successivo a "Bella in rosa" sarebbe stato il coreografo di "Dirty Dancing".
Ultimo riferimento per James Spader e Andrew McCarthy: che nel film impersonano ragazzi partecipanti al ballo studentesco mentre, nella realtà, non andarono mai a quello delle loro scuole. Sebbene i ruoli di "Bella in rosa" li volessero affascinanti e privilegiati, i due, fuori dallo schermo, si sentivano più affini alla figura dello sfigato e dell'escluso, anche forse per il fatto di avere in testa solo le attività dei gruppi di teatro studentesco e di amare vestirsi in modo divertente e stravagante: e perciò piuttosto respingente dal punto di vista delle ragazze che li incrociavano per i corridoi e le aule di scuola. Per McCarthy la faccenda del ballo fu sempre una fonte di ansie troppo grande di cui nemmeno voleva parlare; Spader addirittura non terminò nemmeno il liceo per la decisione di andare a tentare fortuna artistica nella grande città, privandosi da solo così dell'opportunità.

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venerdì 1 dicembre 2017

Lunedì 4 Dicembre: The Breakfast Club

Inaugura la rassegna


The Breakfast Club

Cinque ragazzi indisciplinati vengono costretti a trascorrere un intero sabato a scuola per riflettere sui propri errori. Non si sono mai visti prima, ma da quel giorno tutto cambia: è l’atto di fondazione del “Breakfast Club”, un esempio di amicizia che travalica le barriere sociali e culturali, diventando un’icona del cinema pop americano nei favolosi anni Ottanta.

Caratterizzato da un’atmosfera scanzonata e allegra che dosa con sapienza momenti tragicomici e altri più riflessivi, quella che può in apparenza sembrare una commedia statica e lenta si trasforma in un turbinio di emozioni che non lascia indifferenti. 
The Breakfast Club racconta una generazione e ne affascina tante altre, confezionando un film che nonostante la sua semplicità lascia il segno ed entra di diritto nella storia del cinema, tanto da essere inserito nell’elenco delle pellicole da conservare del National Film Registry americano.


con Emilio Estevez, Molly Ringwald,
Judd Nelson, Anthony Michael Hall, Ally Sheedy
The Breakfast Club di John Hughes, USA, 1985, colore, 93 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Antonio Sarti)

Vero e proprio film di culto dei mitici anni Ottanta, "The Breakfast Club" offre uno spaccato diretto ed efficace sul mondo dell’adolescenza, riportando alla memoria dello spettatore piccoli problemi che tutti hanno vissuto da giovani: la volontà e necessità di autodeterminarsi, il creare un proprio personaggio, il difficile e a volte drammatico rapporto con i genitori.
John Hughes, sicuramente il nome che meglio identifica il genere ‘Brat Pack’ che questa sera andiamo a introdurre, sceglie cinque protagonisti che rappresentano altrettanti modi d’essere e approcciarsi alla vita: dal campione sportivo al ribelle per forza, passando per il secchione e la svitata. Come arrivare a una sintesi tra caratteri tanto agli antipodi? Mettendole tutte insieme in una stanza per una giornata intera: ecco che nasce il Breakfast Club, uno stile di vita prima che una congrega di giovani bizzarri, un processo di crescita che si sviluppa prendendo coscienza delle rispettive difficoltà per farne un punto di forza.
Il film descrive molto bene tutte le paure dei ragazzi della Generazione X (come vengono definiti i nati tra il 1960 e il 1980), che si trovano a doversi affermare in un mondo che pur essendo in evoluzione continua a riferirsi a schemi e convenzioni sociali ormai superati: nella sua linearità e semplicità apparente, Breakfast Club è bello perché… è bello! Ci tiene incollati allo schermo senza sforzo e pur senza che sostanzialmente accada nulla, quando invece tutto sta accadendo nell’animo dei protagonisti.
Chiudo con un paio di curiosità: la prima riguarda il regista John Hughes. Scrisse la sceneggiatura del film in soli due giorni nel luglio del 1982, riservando anche per se stesso una breve apparizione: lo vedrete infatti nelle battute conclusive di "The Breakfast Club" nel ruolo del padre di Brian.
La colonna sonora del film, che subito riconoscerete (giustamente), ha condiviso con quest’ultimo la celebrità perpetua, divenendo essa stessa un’icona della generazione pop americana: “Don’t You” dei Simple Minds, che viene utilizzata in apertura e chiusura, è infatti uno dei maggiori successi del gruppo.

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giovedì 23 novembre 2017

Lunedì 27 Novembre: Il giorno della bestia

Ancora un appuntamento con
GROTTESCA-MENTE


Il giorno della bestia

Studiando per decenni l'Apocalisse di San Giovanni, padre Ángel Berriartua (Álex Angulo) interpreta che l'anticristo sorgerà a Madrid nella notte della vigilia di Natale del 1995. Per impedire la profezia si convince che dovrà uccidere Satana supremo in persona dopo averlo portato allo scoperto e diviene autore di nefandezze e crimini d'ogni tipo per attirarne così l'attenzione. Nelle sfrenate e balzane imprese del sacerdote vengono loro malgrado coinvolti il fanatico di musica death metal José María (Santiago Segura) ed il conduttore televisivo di programmi dell'occulto Cavan (Armando De Razza).

Il giorno della bestia è una buffonesca corsa a perdifiato tra i generi e gli spunti, definita dal suo stesso autore Álex De La Iglesia (impostosi agli onori globali proprio grazie a questo film) una delle sole «commedie di azione satanica» mai girate. Macchiettismo e demenzialità caustici, satira dei media e delle credenze, fluidità e ritmo formali di grande fresca presa, è un film meno svagato di quanto si mostri: capace di far percepire germi di densa profondità, per quanto solo abbozzatissimi.


con Álex Angulo, Santiago Segura, Armando De Razza
Il giorno della bestia (El día de la bestia) di Álex De La Iglesia, Spagna/Italia, 1995, colore, 91 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Moreno Comotti)

Álex De La Iglesia, classe 1965, basco di Bilbao, ha iniziato a girare film (sponsorizzato da Almodóvar) successivamente al 1990 e si è posto come una delle voci della strepitosa più recente cinematografia spagnola che meglio ha saputo combinare una personale tensione all'autorialità e lo sfruttamento dei generi popolari, in senso di pratica resa economica al botteghino.

Sempre servendosi di ironia sfacciata, di predisposizione alla caricatura e di un uso 'giocoso' della violenza o di immaginari oscuri, ed abitualmente raccontando le sue storie attraverso personaggi proletari, De La Iglesia possiede come specifica peculiarità quella di riuscire ad infondere ai suoi caratteri una plausibilità ed un'attendibilità diegetiche tali da rendere credibili ogni azione ed ogni psicologia da essi esplicate, per quanto anche esageratamente sopra le righe. Possiamo allora assistere a spericolate corse attraverso i registri più 'bassi' (azione, orrore, commedia demenziale tutti insieme mescolati), a trovate prive della minima delicatezza, a dosi di fantasia che hanno quasi dell'ingiustificato: la sua alchimia risulta miracolosamente sempre e comunque adeguata ed accettabile poiché è saldo alla radice il legame col meccanismo d'identificazione con ciò che va (in modo volutamente debordante) in scena.

Álex De La Iglesia è stato tra i cittadini spagnoli la cui vita nell'infanzia ha coinciso con gli ultimi anni del Franchismo, caduto il quale le arti iberiche poterono scrollarsi di dosso una Censura praticamente granitica: che oltre a condizionare le creazioni entro i confini aveva impedito anche e soprattutto l'arrivo in Spagna delle influenze estere. Ecco allora che solo col 1976 il pubblico spagnolo di massa vide importare fiumi di grandissime opere di grandissimi autori, sia vecchi, della tradizione sia emersi nel contempo, le cui poetiche avevano già stabilmente attecchito in tutto il resto dell'Europa o del mondo più sviluppato, quali Chaplin (addirittura), Buñuel (Maestro che era sì spagnolo, ma che aveva trovato rifugio in Messico durante i conflitti mondiali ed in Francia durante la dittatura in madrepatria), Fellini, Pasolini, Ferreri, Bertolucci, Scorsese, Kubrick, per dirne solo alcuni. Il giovane De La Iglesia — e verosimilmente come lui tutti i vari altri registi in nuce Almodóvar, Erice, Luna, Monzón, Trueba, Amenábar, De Aranoa, ecc.: che avrebbero fatto della settima arte spagnola degli anni '80 e '90 il movimento più fresco e incontenibile mai visto — fu allora per forza di cose investito dal fascino di ritovarsi di colpo una ricchezza senza precedenti di temi, estetiche e forme espressive da assorbire e di cui appropriarsi per creazioni nuove e personali. Divorò fumetti, si divertì con ogni gioco di ruolo, e dopo gli studi (all'università: in Filosofia) fece lo scrittore, il cinefilo incallito, lo scenografo e l'autore di format televisivi.
Entrando infine in conoscenza con il già affermato Pedro Almodóvar ricevette da questi l'incoraggiamento a cimentarsi nella sceneggiatura e nella regia cinematografiche e l'offerta a farsi produrre per il lungometraggio di esordio.

El día de la bestia”, del 1995, è l'opera seconda di De La Iglesia, ma è quella che alla luce di ben sei Premi Goya vinti (categoria Miglior Regia compresa) lo ha di fatto portato all'attenzione globale.
I temi comunicati nel film, senza retorismi alcuni e con gran propensione per il divertimento grottesco e l'avventura a briglia sciolta, si riassumono in una satira delle credenze in crisi e delle false Divinità (tra cui quella moderna della TV) che soggiogano potentissimamente la società; satira che si rende tanto più efficace e godibile quanto più il discorso riceve appena un rapido tratteggio contestuale ed è in seguito mantenuto col solo mezzo della gag dissacrante e del macchiettismo intelligente.

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giovedì 16 novembre 2017

Lunedì 20 Novembre: Delicatessen

Prosegue la rassegna
GROTTESCA-MENTE


Delicatessen

In un posto strano, fatto di uno sparuto palazzo tetramente avvinghiato da brume giallastre, di uno strano tempo, nel quale tutti muoiono di fame ed hanno tutti paura - e si osteggia la razza dei Trogloditi, spunta un nuovo arrivato per assumere il ruolo di tuttofare sotto l'occhio del misterioso microcosmo d'inquilini capeggiati dal macellaio della bottega al pianterreno.

Atmosfera eccentrica, piglio clownesco, pungente gusto per la tipizzazione eccessiva e la parodia. Dal pubblicitario ed autore di videoclip Jean-Pierre Jeunet e dal disegnatore Marc Caro un lungometraggio d'esordio grondante di sgangherata, ma molto disinvolta e poetica inventiva che ha per temi la resistenza e la convivenza in uno scenario futuro di disumanizzazione.


con Jean-Claude Dreyfus, Dominique Pinon, Marie-Laure Dougnac, Karin Viard
Delicatessen di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro, Francia, 1990, colore, 96 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Miguel Ángel Frausto)

Secondo il Dizionario Cambridge della lingua inglese, delicatessen significa un piccolo negozio specializzato in prodotti alimentari di altissima qualità, locali o stranieri: formaggi, salumi, insalate pronte o salse esotiche.
Da questo concetto è possibile inserirsi su ciò che l'opera prima di Jean-Pierre Jeunet e di Marc Caro rappresenta come oggetto artistico: un film 'esotico', con un mix che difficilmente si troverà in altre pellicole. Infatti "Delicatessen" offre uno spettacolo con tanti 'gusti' (in strana e deliziosa combinazione) per gli appetiti estetici più esigenti. Commedia, horror, dramma, azione, suspense e romanticismo sono mischiati nella giusta misura, proposta dai registi, per creare un piatto unico, con la speranza che ogni 'commensale' prenda la porzione adatta al suo interesse, lo sfrutti e torni poi per la medesima porzione più un'altra nuova.

Non è un segreto che il Cinema è l’addizione di tutte le discipline artistiche per giungere alla creazione dell’opera d'arte totale, come per l'Opera oppure per il Teatro. A volte però, quello che si nasconde nel film - forse inconsciamente - è la predilezione dell'autore per una disciplina artistica particolare, che nel suo lavoro è curata meglio del resto e che rischia di compromettere il giusto equilibrio dimensionale del film e il suo successo. In "Delicatessen", Jeunet e Caro infatti riuniscono magistralmente tutte le arti nel giusto equilibrio tra loro, e grazie a ciò tutte queste rappresentazioni artistiche usate possono avere a volte il grado di personaggio e altre di oggetto cinematografico. Questo vuol dire che nulla in "Delicatessen" è meramente ornamentale. Tutti gli oggetti fisici, sonori e scenici hanno qualcosa d'importante da dire e apportare, nella loro dimensione.

Notevole è l'uso del suono e della musica, composta da Carlos D'Alessio, che dentro lo stesso spirito del concetto di 'delicatessen' propone dei colori, textures, suoni elettronici e 'reali' combinati che, sebbene non nuovi, sono presentati in forma molto originale e personale. Già dal tema d'apertura, un valzer 'destrutturato' per pianoforte, fisarmonica e sax, la cui melodia cerca senza troppo sforzo di trovare il suo punto d'equilibrio, si disegna quel mondo di cui la trama narra che è cambiato radicalmente sforzandosi però di continuare con lo stile di vita standard, costi quel che costi: la salute mentale, la morale oppure il potere stesso. Il disegno sonoro, che tradizionalmente si distaccava da quello musicale, in questo caso non c’è più. I suoni degli oggetti hanno sempre una relazione tra loro, ricordando un battere più o meno fisso a seguire e, perciò, un'azione: l'affilare dei coltelli, il cigolìo di un materasso antico, l'acqua che scorre in forma di gocce e cascata, le risa e le grida, la comunicazione attraverso la vecchia conduttura. Possiamo dire che il disegno sonoro in "Delicatessen" oltrepassa il limite della musica con lo scopo di arricchirla.

Quello qui presentato è quindi un film di una bellezza strana, frutto di un complesso lavoro di artigianato, una bellezza difficile da trovare replicata in altri film, anche a più di vent’anni dalla sua apparizione. Se questa è la prima volta che guardate "Delicatessen", vorrete tornare per più 'porzioni'; se già lo avete visto prima, sicuramente potrete assaggiare un nuovo gusto oppure ri-degustare di nuovo quello assaporato in precedenza. Di certo, non tornerete a casa affamati.

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