giovedì 23 novembre 2017

Lunedì 27 Novembre: Il giorno della bestia

Ancora un appuntamento con
GROTTESCA-MENTE


Il giorno della bestia

Studiando per decenni l'Apocalisse di San Giovanni, padre Ángel Berriartua (Álex Angulo) interpreta che l'anticristo sorgerà a Madrid nella notte della vigilia di Natale del 1995. Per impedire la profezia si convince che dovrà uccidere Satana supremo in persona dopo averlo portato allo scoperto e diviene autore di nefandezze e crimini d'ogni tipo per attirarne così l'attenzione. Nelle sfrenate e balzane imprese del sacerdote vengono loro malgrado coinvolti il fanatico di musica death metal José María (Santiago Segura) ed il conduttore televisivo di programmi dell'occulto Cavan (Armando De Razza).

Il giorno della bestia è una buffonesca corsa a perdifiato tra i generi e gli spunti, definita dal suo stesso autore Álex De La Iglesia (impostosi agli onori globali proprio grazie a questo film) una delle sole «commedie di azione satanica» mai girate. Macchiettismo e demenzialità caustici, satira dei media e delle credenze, fluidità e ritmo formali di grande fresca presa, è un film meno svagato di quanto si mostri: capace di far percepire germi di densa profondità, per quanto solo abbozzatissimi.


con Álex Angulo, Santiago Segura, Armando De Razza
Il giorno della bestia (El día de la bestia) di Álex De La Iglesia, Spagna/Italia, 1995, colore, 91 min. ca

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giovedì 16 novembre 2017

Lunedì 20 Novembre: Delicatessen

Prosegue la rassegna
GROTTESCA-MENTE


Delicatessen

In un posto strano, fatto di uno sparuto palazzo tetramente avvinghiato da brume giallastre, di uno strano tempo, nel quale tutti muoiono di fame ed hanno tutti paura - e si osteggia la razza dei Trogloditi, spunta un nuovo arrivato per assumere il ruolo di tuttofare sotto l'occhio del misterioso microcosmo d'inquilini capeggiati dal macellaio della bottega al pianterreno.

Atmosfera eccentrica, piglio clownesco, pungente gusto per la tipizzazione eccessiva e la parodia. Dal pubblicitario ed autore di videoclip Jean-Pierre Jeunet e dal disegnatore Marc Caro un lungometraggio d'esordio grondante di sgangherata, ma molto disinvolta e poetica inventiva che ha per temi la resistenza e la convivenza in uno scenario futuro di disumanizzazione.


con Jean-Claude Dreyfus, Dominique Pinon, Marie-Laure Dougnac, Karin Viard
Delicatessen di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro, Francia, 1990, colore, 96 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Miguel Ángel Frausto)

Secondo il Dizionario Cambridge della lingua inglese, delicatessen significa un piccolo negozio specializzato in prodotti alimentari di altissima qualità, locali o stranieri: formaggi, salumi, insalate pronte o salse esotiche.
Da questo concetto è possibile inserirsi su ciò che l'opera prima di Jean-Pierre Jeunet e di Marc Caro rappresenta come oggetto artistico: un film 'esotico', con un mix che difficilmente si troverà in altre pellicole. Infatti "Delicatessen" offre uno spettacolo con tanti 'gusti' (in strana e deliziosa combinazione) per gli appetiti estetici più esigenti. Commedia, horror, dramma, azione, suspense e romanticismo sono mischiati nella giusta misura, proposta dai registi, per creare un piatto unico, con la speranza che ogni 'commensale' prenda la porzione adatta al suo interesse, lo sfrutti e torni poi per la medesima porzione più un'altra nuova.

Non è un segreto che il Cinema è l’addizione di tutte le discipline artistiche per giungere alla creazione dell’opera d'arte totale, come per l'Opera oppure per il Teatro. A volte però, quello che si nasconde nel film - forse inconsciamente - è la predilezione dell'autore per una disciplina artistica particolare, che nel suo lavoro è curata meglio del resto e che rischia di compromettere il giusto equilibrio dimensionale del film e il suo successo. In "Delicatessen", Jeunet e Caro infatti riuniscono magistralmente tutte le arti nel giusto equilibrio tra loro, e grazie a ciò tutte queste rappresentazioni artistiche usate possono avere a volte il grado di personaggio e altre di oggetto cinematografico. Questo vuol dire che nulla in "Delicatessen" è meramente ornamentale. Tutti gli oggetti fisici, sonori e scenici hanno qualcosa d'importante da dire e apportare, nella loro dimensione.

Notevole è l'uso del suono e della musica, composta da Carlos D'Alessio, che dentro lo stesso spirito del concetto di 'delicatessen' propone dei colori, textures, suoni elettronici e 'reali' combinati che, sebbene non nuovi, sono presentati in forma molto originale e personale. Già dal tema d'apertura, un valzer 'destrutturato' per pianoforte, fisarmonica e sax, la cui melodia cerca senza troppo sforzo di trovare il suo punto d'equilibrio, si disegna quel mondo di cui la trama narra che è cambiato radicalmente sforzandosi però di continuare con lo stile di vita standard, costi quel che costi: la salute mentale, la morale oppure il potere stesso. Il disegno sonoro, che tradizionalmente si distaccava da quello musicale, in questo caso non c’è più. I suoni degli oggetti hanno sempre una relazione tra loro, ricordando un battere più o meno fisso a seguire e, perciò, un'azione: l'affilare dei coltelli, il cigolìo di un materasso antico, l'acqua che scorre in forma di gocce e cascata, le risa e le grida, la comunicazione attraverso la vecchia conduttura. Possiamo dire che il disegno sonoro in "Delicatessen" oltrepassa il limite della musica con lo scopo di arricchirla.

Quello qui presentato è quindi un film di una bellezza strana, frutto di un complesso lavoro di artigianato, una bellezza difficile da trovare replicata in altri film, anche a più di vent’anni dalla sua apparizione. Se questa è la prima volta che guardate "Delicatessen", vorrete tornare per più 'porzioni'; se già lo avete visto prima, sicuramente potrete assaggiare un nuovo gusto oppure ri-degustare di nuovo quello assaporato in precedenza. Di certo, non tornerete a casa affamati.

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giovedì 9 novembre 2017

Lunedì 13 Novembre: Eraserhead — La mente che cancella

Prosegue la rassegna
GROTTESCA-MENTE


Eraserhead — La mente che cancella

Henry Spencer (Jack Nance) è un tipografo che vive in un desolato appartamento in una città industriale che sembra essere sopravvissuta ad una apocalisse. Ha messo incinta la sua fidanzata Mary X (Charlotte Stewart — l'insegnante della serie televisiva La casa nella prateria) e si vede costretto a sposarla. Quando il figlio nasce, prematuro e dalle fattezze aliene e orripilanti, le cose già complicate si complicano ancora di più, fino a che la ragazza non deciderà di abbandonare il neonato al compagno che sempre più spaesato potrà sfuggire a questa situazione solo fantasticando sulla Signora Del Termosifone, una seducente donna danzante dalle guance tumefatte.

Eraserhead, primo lungometraggio di David Lynch, si può leggere in vari modi, ma la sua vera importanza risiede nel fatto di invertire completamente l'estetica tradizionale. Le immagini sconcertanti escono come da un dipinto turbato del suo regista: di fatto il film è stato concepito come un quadro post-surrealista dove l'ossessione per i sogni, il caso, la libido e il pensiero intuitivo anziché logico emergono evidenti nel tono e nella narrazione.


con Jack Nance, Charlotte Stewart, Laurel Near, Jeanne Bates
Eraserhead — La mente che cancella di David Lynch, USA, 1977, b/n, 89 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di S. C.)

Realizzato grazie a una sovvenzione dell'American Film Institute, "Eraserhead" è il primo film di David Lynch che racconta la storia di Henry, un ragazzo semplice che vive in un mondo di paura e squallore, in un sobborgo industriale che sembra l'anticamera dell'inferno.
Si tratta di un viaggio sotterraneo nell'inconscio, la pellicola riproduce effettivamente la condizione del sogno in tutte le sue possibilità e impossibilità da incubo, ma senza mostrare qualcuno che si addormenta o si risveglia. Il sogno, l'incubo è il film stesso.

In "Eraserhead", diventato presto un cult nel circuito dei film di mezzanotte, emergono la formazione da pittore surrealista e la vena di sperimentatore del mezzo sonoro-musicale e di quello fotografico di David Lynch. Il film è stato concepito come un quadro, dove l'ossessione per i sogni, il caso, la libido e il pensiero intuitivo anziché logico sono evidenti nel tono e nella narrazione.
Le immagini di Lynch, come i suoi quadri che sembrano raffigurare il mondo dalla prospettiva di un bambino in preda al terrore, hanno un forte impatto emotivo ed hanno la potenzialità di far vivere a ciascun diverso spettatore esperienze diverse, dando significati diversi.
È un'opera molto personale, dove esperienza e atmosfera diverse dal solito rendono difficile la descrizione e l'interpretazione.

Le scene sono sconcertanti, turbano e invertono completamente l'estetica tradizionale.
Il bianco e il nero hanno la capacità di trasportare in un mondo parallelo, evocando i primi film polacchi e alcune pellicole giapponesi e russe ed anche rimandando ai primi inquietanti esercizi filmati del Secolo Ventesimo di Jean Epstein e di Buñuel con Dalí, anche se Lynch nega ogni influsso di film stranieri o di riferimenti accademici.
I grigi si sovrappongono ai grigi, le figure scialbe e deprimenti che si muovono in un ambiente tetro emergono dal grigiore e diventano traslucide. 
I dialoghi sono rari e concentrati in poche scene. I suoni e gli effetti sonori, costituiti da rumore industriali amplificati, sbuffi di vapore e vari suoni naturali distorti, sono utilizzati come atmosfera, parte memorabile del film.

Ci vollero 7 anni perché Lynch terminasse la pellicola. Gli stalli, più o meno lunghi, si dovettero non certo a una mancanza di creatività, ma alla scarsa risolutezza nell'imporsi di smettere, di distaccarsi dalle sue visioni e meditazioni e convincersi che una chiave-sigillo poteva ormai essere posta nonché, molto più prosaicamente, dipesero dall'esaurimento dei fondi economici che lo costrinse a trovarsi il più banale impiego qualsiasi con cui mantenere sé e la prima figlia e girare qualche minuto di filmato quando i risparmi lo consentivano. Il tempo di realizzazione e l'attenzione personale sono evidenti nelle inquadrature, nei toni del bianco e del nero, nel montaggio e nel ritmo lento che rivelano tutti lo sforzo creativo dell'artista.

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venerdì 3 novembre 2017

Lunedì 6 Novembre: La grande abbuffata

Prosegue la rassegna
GROTTESCA-MENTE


La grande abbuffata

Un quartetto di affermati individui, tra loro amici, si dà segreto convegno in una casa-museo disabitata di Parigi. L'essere dei sofisticati buongustai li accomuna e il loro intento pare quello di restarsene isolati per qualche giorno ad onorare l'alta cucina (con, tutt'al più, la concessione di qualche trasgressione sessuale). I fatti portano invece a galla altre prospettive...

Marco Ferreri e il suo massimo film-esempio di scandalizzazione della mentalità comune. Anticonsumismo, la posizione sottesa; perfidia catartica, lo spirito che circonda le immagini ed i fragori somministrati allo spettatore. La grande bouffe è «allegoria della società del benessere condannata alla distruzione, saggio da manuale sugli intrecci tra Eros e Thanatos, tra il cibo e gli escrementi» (P. Mereghetti) che «mette il dito sulle piaghe maleolenti della nostra cultura ma con una negatività che riesce ad essere produttiva e utile nella sua provocazione» (G. Fofi).


con Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Andréa Ferréol
La grande abbuffata (La grande bouffe) di Marco Ferreri, Francia/Italia, 1973, colore, 123 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Moreno Comotti)

Il termine «grottesco» è quello che nelle arti d'intrattenimento si riserva per definire le produzioni ove si operano sproporzioni paradossali fra gli elementi che formano la rappresentazione o dissintonìe assurde tra un accadimento ed il contesto che lo ingloba, tali da suscitare gli automatismi del riso, ma in presenza di disappunto: senza un reale sentimento di allegria. È il mezzo intellettualistico con cui (in Letteratura da qualche secolo prima che non nel Cinema) si usa provocare lo scarto mentale di percezione utile affinché tesi di denuncia o discorsi satirici trovino strada aperta con efficacia prorompente.
In Italia un cinema del grottesco è esistito ed è stato in ottima salute, nonostante l'ipocrita tendenza tipicamente nostrana a schivare i presupposti per le discussioni scivolose lo abbia sempre tenuto piuttosto sottaciuto; il più ardito, capace e lungimirante interprete ne è stato il regista e sceneggiatore Marco Ferreri (1928-1997; milanese di nascita ma spiritualmente, e per le amicizie professionali più importanti – si veda Rafael Azcona Fernández –, spagnolo e francese), la cui opera capitale, del 1973, è esattamente “La grande abbuffata”.

Uscito come una co-produzione transalpina con il titolo originale de “La grande bouffe”, il film di Ferreri si pone tra le più perfide, accanite e specialmente centrate critiche al consumismo mai apparse ad un pubblico cinematografico nel Novecento. Quella che si intende demolire a colpi di 'sporcizie' uditive e visive è l'idea dell'opulenza conseguente al progresso sfrenato ed alle dinamiche di massificazione che, a partire soprattutto dal secondo dopoguerra e sempre di più ancora oggi, hanno fatto sì che quasi ogni bene materiale divenisse subito e ovunque disponibile, finendo per svuotarlo del suo valore più profondo ed elettivo e per fare del suo possesso un mero fatto onanistico. Nella società del benessere, ci vuole comunicare Ferreri attraverso il via via incomprensibile e incommentabile comportamento dei quattro protagonisti del film, ci si è ritrovati ciechi verso il pregio naturale delle cose; i bisogni e gli istinti primordiali, data la normalizzazione del loro raggiungimento, sono divenuti scontati e tediosi: da cui la necessità di creare fittiziamente situazioni di unicità o di trasgressione per tornare a rivestire l'oggetto del gradimento che gli sarebbe proprio.
La cucina (dopotutto nutrirsi è la più basilare attività degli esseri viventi) diventa allora il campo di gioco ideale per parlare di tutto questo. Per l'uomo moderno il cibo abbisogna delle più sofisticate trasformazioni per ridiventare appetito; l'uomo moderno lo consuma per inerzia, senza più conoscere quando è affamato o meno, e non di rado per semplice passatempo. Simbolicamente soltanto, ma anche realmente, l'oltrepassamento della norma corporale e l'autodistruzione si profilano dunque come destino inevitabile di tutto.

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giovedì 26 ottobre 2017

Lunedì 30 Ottobre: Il fascino discreto della borghesia

Inaugura la rassegna


Il fascino discreto della borghesia

Premiato con l’Oscar al miglior film straniero nel 1972, Il fascino discreto della borghesia rientra nella produzione tarda di Luis Buñuel.

Due coppie di amici benestanti e la sorella di una delle due donne si accompagnano all'ambiguo e misterioso ambasciatore di una piccola Repubblica del Sud America, tentando invano di organizzare una cena in cui tutti possano finalmente riunirsi e conversare in tranquillità. Questo soggetto, scritto e sviluppato dallo stesso Luis Buñuel, è lo strumento che il regista utilizza per raccontare i vizi della borghesia attraverso una spietata ma efficace parodia, che mescola realtà e sogno in un’atmosfera di vero surrealismo. Il perbenismo portato all’estremo dai coniugi Thenevot e Sénéchal nasconde, sotto una polverosa patina di buone maniere e superiorità morale presunta, una serie di inganni e intrighi che sveleranno come la natura di tale borghesia non sia poi tanto diversa da quella del popolo che tanto disprezzano.

Pregno di una razionalità che accetta coscientemente elementi grotteschi in nome del “va tutto bene” che contraddistingue i protagonisti, il lungometraggio di Buñuel offre uno spaccato sociale di rara bellezza, costruito attraverso dialoghi efficaci e portati all’estremo.



con Fernando ReyMilena VukoticMichel PiccoliStephane Audran
Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie) di Luis Buñuel, Francia, 1972, colore, 97 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Antonio Sarti)

Apriamo questa nuova e intrigante rassegna con un film memorabile di un regista che ha segnato la storia del cinema: Luis Buñuel. “Il fascino discreto della borghesia” è la trentesima pellicola che il regista spagnolo realizza. È sicuramente quella che gli ha dato il maggior successo internazionale, avendolo portato nel 1973 a ricevere l’Oscar al miglior film straniero dall’Academy, per paradosso il regno di quella borghesia altolocata che tanto Buñuel prese di mira nella sua cinematografia: le buone maniere e la sprezzante superiorità che i protagonisti del film non nascondono mai, ma dietro alla quale si cela un torbido mondo di intrighi e passioni che ribaltano la prospettiva sulla purezza della presunta classe dirigente.
A questo mondo appartengono infatti i sette protagonisti del film, due tranquille coppie di buon nome, la sorella di una delle due donne, un eccentrico ambasciatore sudamericano e un sacerdote calato nei panni di un giardiniere.
L’obiettivo delle loro placide esistenze pare essere quello, vano, di riunirsi tutti insieme a pranzo: facile a dirsi, difficile a farsi. Numerosi imprevisti infatti cercheranno di impedirne la riuscita. Da qui, pur restando sempre sul piano del reale, si scivola lentamente verso un’atmosfera surreale in cui il confine tra vero e immaginario diviene molto labile.
Il titolo del film si pone già in una forte chiave di parodia nei confronti dell’argomento trattato, parodia che contraddistingue chiaramente lo sviluppo del soggetto e che procedendo diviene sempre più evidente: la volontà di Buñuel è quella di spogliare, rimuovere ogni velo e ogni orpello di quel perbenismo che la borghesia utilizza come maschera.
Allo spettatore il compito di gridare “il Re è nudo”, perché pur di non squarciare la perfezione del loro mondo i protagonisti accettano ogni tipo di imprevisto con il sorriso a trentadue denti. Anche quando gli ostacoli prendono i tratti del grottesco e della farsa, nulla sembra poterli scuotere.
I rituali borghesi non si interrompono, proseguono indifferenti di fronte ai numerosi ostacoli che ne frustrano il lieto fine.
È invece nel sogno che la borghesia esprime il suo vero essere e i suoi desideri repressi: in un flusso di coscienza che sembra non avere mai fine, i protagonisti si spogliano dei loro abiti morali e abbandonano la maschera, rivelando un animo spietato e desideroso di ben altre cose.
Caustico e rivoluzionario come ha dimostrato di saper essere nel corso di tutta la sua produzione, Luis Buñuel manda in frantumi l’ipocrisia della borghesia dell’epoca e mostra la profonda convenzionalità dei suoi riti sociali che si ripetono uguali in un corto circuito di bon ton e indifferenza. La strada verso il nulla in aperta campagna su cui vediamo simbolicamente marciare i protagonisti è la sintesi perfetta del messaggio di Buñuel: uno affianco all’altro, vestiti della loro etichetta e con un’imperturbabilità che sconvolge, procedono un passo dopo l’altro specchiandosi nel riflesso di se stessi. Il fascino della borghesia, appunto.

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venerdì 20 ottobre 2017

Lunedì 23 Ottobre: Benny & Joon

Ancora la rassegna IL BELLO DEI NOVANTA


Benny & Joon

Joon, ragazza con rilevanti problemi mentali, vive e viene curata dal fratello Benny che, dopo la perdita dei genitori, tenta di proteggerla in ogni modo e di tenerla lontana dalla vita di società. L'equilibrio si rompe quando nella loro casa fa capolino Sam (Johnny Depp). Personaggio eccentrico e divertente, nutre una vera passione per i film, sia classici che non, e possiede un'abilità prodigiosa nel ricreare la magia dei suoi idoli Buster Keaton e Charlie Chaplin. Sam e Joon, data la loro sensibilità molto particolare, riescono a instaurare un rapporto peculiare che li porta a intrattenere una relazione amorosa, molto contrastata da Benny, che vede in Sam una possibile minaccia per le cure della sorella.

Un film grandemente anticonvenzionale con una trama originale e comico ma con un significato sottile e alquanto commovente. Il film ha come protagonista un giovanissimo Johnny Depp, il quale mostra già la predilezione a interpretare personaggi particolari, un po' matti e fuori dalle righe.


con Johnny Depp, Mary Stuart Masterson, Aidan Quinn, Julianne Moore
Benny & Joon di Jeremiah S. Chechik, USA, 1993, colore, 100 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Denise Faciocchi)

Film del 1993 che ha come protagonista un fresco Johnny Depp trentenne, all’epoca già conosciuto al pubblico per il piccolo ruolo in "Platoon" di Oliver Stone del 1986, ma soprattutto perché lanciato da Tim Burton con "Edward mani di forbice" nel 1990.
La trama del film narra di Benny che dopo la morte dei genitori si è preso in carico la sorella Joon, malata di mente. Le cure del fratello molto apprensivo costringono Joon a rimanere segregata in casa per la maggior parte del tempo. La routine quotidiana viene sconvolta – in positivo – dall’arrivo di Sam, interpretato da Johnny Depp, che porta una ventata di freschezza nel nucleo familiare: Sam è un personaggio strano, molto silenzioso e solitario. È appassionato di film e in particolar modo di quelli di Buster Keaton e Charlie Chaplin, che cerca di imitare nei comportamenti e nell’abbigliamento non appena si presenta l’occasione.
I caratteri particolari di Joon e Sam consentono l’avvicinamento dei due giovani, cosa che sarà molto contrastata dal fratello Benny.
La banalità della trama, molto semplice e lineare se non quasi inesistente, è contrastata dalla carica comunicativa di Johnny Depp: l’attore si fa notare al pubblico per la sua splendida interpretazione, mettendo in risalto le doti di imitatore sia attraverso i gesti che la mimica facciale, quasi a consacrare fin dalla giovane età la sua predisposizione a interpretare personaggi strampalati e fuori dalle righe.

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sabato 14 ottobre 2017

Lunedì 16 Ottobre: Johnny Suede

Prosegue la rassegna IL BELLO DEI NOVANTA


Johnny Suede

Johnny è un ingenuo ragazzo di provincia con il sogno di raggiungere il successo come cantante rockabilly. Nonostante l'immagine perfetta che emula i suoi idoli musicali gli mancano i mezzi, la determinazione e il talento. Con l'amico Deke lavora a New York come imbianchino e nel tempo rimasto passa da una storia sentimentale all'altra, non trovando mai un equilibrio. Tra alti e bassi assistiamo alla crescita personale del protagonista, in uno spaccato sociale ed esistenziale (trasfigurato) della New York degli anni '50.

Esordio alla regia cinematografica per Tom DiCillo, il film è stato vincitore al festival di Locarno del 1991 e vede interprete Brad Pitt nel suo primo ruolo interamente da protagonista.


con Brad Pitt, Catherine Keener, Calvin Levels, Nick Cave
Johnny Suede di Tom DiCillo, USA, 1991, colore, 95 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di S. C.)

Al suo terzo appuntamento con i 'belli dei '90', la rassegna propone "Johnny Suede", del 1991, diretto da Tom DiCillo, con un Brad Pitt ventottenne nel suo primo ruolo interamente da protagonista.

Esordio anche per DiCillo alla regia, con cui vinse il Pardo d'Oro al Festival di Locarno nell'anno in cui venne presentato anche il primo film di Todd Haynes "Poison".
Prima di debuttare come regista e di essere attivo nell'ambito del cinema indipendente, Tom DiCillo lavora come direttore della fotografia, in particolare per Jim Jarmusch (anch'esso esponente dell'indie e considerato uno dei più importanti cineasti di quel giro: autore di "Stranger Than Paradise", "Dead Man", "Broken Flowers" e "Solo gli amanti sopravvivono", per citarne alcuni).

Dopo quest'opera prima i suoi film successivi mirano in particolare, in tono satirico, al mondo del cinema, dello spettacolo e della moda. Come ad esempio "Si gira a Manhattan" ("Living in Oblivion") del '95, dove in scena c'è il caotico set di un film a basso costo guidato da un regista interpretato da Steve Buscemi. Più tardi realizzerà "Box of Moonlight" (1996), un completo flop come "Una bionda naturale" ("The Real Blonde", 1997, con Matthew Modine e Daryl Hannah). Convincerà maggiormente con "Delirious Tutto è possibile" (2006), vincitore come miglior regia, migliore sceneggiatura e premio SIGNIS al Festival di S. Sebastian.

Accanto a Brad Pitt in questa pellicola troviamo Catherine Keener, presente anche in altri film del regista - i successivi tre: "Si gira a Manhattan", "Box of Moonlight" e "Una bionda naturale" -, il cantautore Nick Cave e Samuel L. Jackson in una minuscola parte.

Il Bello di questo film è il protagonista Brad Pitt che inizia la sua carriera nel 1987 con parti non accreditate (come in "Senza via di scampo" e "Al di là di tutti i limiti"); debutta poi in tv in serie come "Genitori in blue jeans" e "Dallas", ma il successo e la consacrazione a sex symbol arrivano nel 1991 con un piccolo ruolo nel film "Thelma & Louise" di Ridley Scott: celebre è la scena d'amore con Geena Davis. Con il ruolo di Tyler Durden nel film "Fight Club" di David Fincher del 1999 invece entra nella 'hall of fame' dei migliori attori di Hollywood.

In "Johnny Suede" Pitt dà prova anche delle sue doti canore interpretando un ingenuo e poco talentuoso ragazzo in cerca di successo come cantante rockabilly. Si tratta di un film scanzonato e surreale, ritratto del sogno giovanile, dove l'aspetto e i vestiti risultano le cose più importanti nella vita di un ragazzo. Nell'ambientazione di una onirica New York anni '50 assisteremo alle vicende che portano alla piccola crescita personale del protagonista.

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