lunedì 9 aprile 2018

Bande In Luce / 1

In collaborazione con Crema.comX
inaugura la rassegna dedicata al mondo del fumetto


Arrugas — Rughe

I protagonisti del lungometraggio animato tratto dall'omonimo graphic novel di Paco Roca, Emilio e Miguel, sono due anziani che si incontrano all'interno di un centro di assistenza. Emilio è arrivato presso la residenza geriatrica in uno stato iniziale di Alzheimer, e rischia di essere recluso nel temuto ultimo piano dell'istituto, dove viene mandato chi ha perso la ragione e non può più provvedere a se stesso. Miguel e altri compagni del centro cercheranno di aiutarlo a evitare il suo trasferimento e ognuno di loro avrà così occasione di ravvivare la noiosa quotidianità, iniziando una nuova fase della vita.

Ignacio Ferreras ha diretto il film avendo molto amato il fumetto di Paco Roca (edito in Italia da Tunuè) da cui è tratto; film premiato come Migliore del suo genere e per la Miglior Sceneggiatura Adattata ai Goya 2012, e presentato al pubblico italiano dal Festival CinemaSpagna. La storia è dedicata agli anziani, ma non è per loro: è per tutti gli altri con lo scopo di capire meglio la senilità e di comprendere anche il proprio futuro.


Arrugas — Rughe di Ignacio Ferreras, Spagna, 2011, animazione colore, 89min

venerdì 30 marzo 2018

L'Aprile cremasco 2018? Il mese del Fumetto, senza dubbio!

Il circolo Amenic Cinema crea collegamento con il festival fumettistico Crema.comX (qui il programma nel dettaglio della kermesse) ed allestisce 'BANDE IN LUCE', una rassegna parallela dedicata al rapporto fra «strisce disegnate» e Cinema.


Nei Lunedì 9, 23 e 30 Aprile 2018, tre appuntamenti di vario stile artistico e genere con trasposizioni filmiche di opere a fumetti, corredate da puntuali e autorevoli note per incuriosirsi e comprendere affinità e differenze tra forme di narrazione per immagini.
Starring: IGNACIO FERRERAS / PACO ROCA / PARK CHAN-WOOK / GARON TSUCHIYA & NOBUAKI MINEGISHI / Choi Min-sik / Yu Ji-tae / Kang Hye-jeong / MARJANE SATRAPI / VINCENT PARONNAUD / Mathieu Amalric / Golshifteh Farahani / Édouard Baer

Serate presso sala A. Cremonesi del 'Sant'Agostino'; ore 21:10; ingresso ai soci iscritti con tessera F.I.C.C. 2018

lunedì 26 marzo 2018

Inchieste Dal Belpaese / 4

In collaborazione con Centro Ricerca A. Galmozzi di Crema
ancora uno sguardo sul documentarismo italiano di indagine sociale e storica


La nave dolce

L'8 Agosto 1991 una nave albanese, stracarica di 20mila persone, giunge non autorizzata nel porto di Bari. La nave, un mercantile, si chiama Vlora. A chi la guarda avvicinarsi appare come un formicaio brulicante, un groviglio indistinto di corpi aggrappati gli uni agli altri. Le operazioni di attracco sono difficili, qualcuno si butta in mare per raggiungere la terraferma a nuoto, molti urlano in coro "Italia, Italia" facendo il segno di vittoria con le dita. È una marea incontenibile di uomini, donne, bambini, tutti in cerca di un futuro diverso.

Il film di Daniele Vicari è costituito da una gran quantità di immagini riscoperte di repertorio montate con interviste ad alcuni protagonisti dell'epoca a dar vita a un documentario che ricostruisce un evento storico, destinato a inaugurare la lunga stagione degli sbarchi clandestini.


La nave dolce di Daniele Vicari, Italia, 2012, colore, 92min

lunedì 19 marzo 2018

Inchieste Dal Belpaese / 3

In collaborazione con Centro Ricerca A. Galmozzi di Crema
prosegue l'omaggio al documentarismo italiano di indagine sociale e storica


Rumore bianco

In un lato del Settentrione dove silenzi intensi e vitalità sommerse si incrociano, scorre il Tagliamento – il "Re dei fiumi alpini" –: spina dorsale di una regione che è stata snodo e crocevia nella storia d'Europa. Il corso d'acqua, i baluginii della sua memoria e la sua voce fisica sono i protagonisti di un racconto che indaga la consistenza della natura e le sue possibilità di resistenza, la quotidianità degli uomini e delle donne, e le loro forme di placida ostinazione.

Osservando con disadorna disposizione d'animo il tracciato del fiume e il mondo reale che lo circonda, Rumore bianco evoca l'idea di cinema come intuizione ed emozione essenziali. Si tratta di un'opera che ha radici profonde nelle origini del regista Alberto Fasulo e che si sviluppa come una vasta riscoperta dell'inesauribile forziere naturale e umano che è il Tagliamento, in stretto collegamento con l'essenza transnazionale di questa idrografia.


Rumore bianco di Alberto Fasulo, Italia, 2008, colore, 88min

lunedì 12 marzo 2018

Inchieste Dal Belpaese / 2

In collaborazione con Centro Ricerca A. Galmozzi di Crema
prosegue l'omaggio al documentarismo italiano di indagine sociale e storica


I morti di Alos


La Sardegna interna, un piccolo paese di civiltà agropastorale trasformato dalla modernità. Un nuovo stabilimento industriale si è stanziato sulle colline dell'Ogliastra con l'illusione di una nuova ricchezza e di nuove speranze di progresso. Tutti gli abitanti non sapranno che porterà con sé lo stravolgimento definitivo delle loro vite e del mondo a cui appartengono. Un 'mockumentary' di Daniele Atzeni che alterna la finzione con materiali documentari di vita e tradizioni legate alla terra e alla cultura rurale. Una storia ambientata a Gairo vecchio, oggi un paese fantasma, che si ricollega idealmente ai documentari Galmozzi sui reduci dell'amianto dell'Inar, le fabbriche-paese, l'agricoltura e le tradizioni scomparse. Il paradigma di tutte le storie di spietata colonizzazione industriale.

I morti di Alos di Daniele Atzeni, Italia, 2011, colore, 33min


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Il mondo perduto


Selezione dei cortometraggi di Vittorio De Seta, epocale documentarista artefice di un cinema "della realtà", il cui nucleo consiste nel rapporto tra estetica e realismo, che ha potentemente immortalato le ultime testimonianze di vita del '900 pre-industriale a contatto con le popolazioni dell'Italia Insulare e del Sud. Filmati estratti dall'antologia recentemente restaurata Il mondo perduto.

Il mondo perduto di Vittorio De Seta, Italia, 1954-59, colore


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COMMENTO (a cura di Gabriele Pavesi)

«Da pastori a operai, da operai a consumatori, da consumatori a fantasmi.»
Daniele Atzeni è un regista documentarista sardo nativo di Iglesias, una delle zone più povere e maltrattate d'Europa. Ne "I morti di Alos", dando voce agli ultimi per restituirne dignità e memoria in una società sempre più disumana ed esprimendo come la vita fosse più povera e faticosissima ma, indubbiamente, più umana, poetica e in armonia con la natura e l'ambiente, Atzeni segue la strada tracciata dal maestro Vittorio De Seta.
Resa nella forma del mockumentary (cioè del documentario di finzione), "I morti di Alos" è una storia gotica raccontata da Antonio Gairo, unico sopravvissuto, diventato pazzo internato che rievoca i fantasmi di una Sardegna perduta. Articolo emblematico – Atzeni era già andato in questa direzione con il documentario "Sole nero" sui danni del petrolchimico nel nord della Sardegna – della spietata colonizzazione industriale, paradigma di esempi reali come il Vajont, di disastri causati da una modernità sfrenata che hanno stravolto le vite di intere comunità e la loro storia, in ultmo l'incidente nucleare di Fukushima, questo film breve ha rappresentato l’Italia come concorrente al più importante festival del cortometraggio internazionale: quello di Clermont-Ferrand.
Entrambi, Atzeni e De Seta, raccontano il rapporto tra uomo e natura prima dell'era industriale.

Vittorio De Seta, siciliano nato a Palermo, si definisce un autodidatta proveniente da famiglia agiata. Il mondo popolare lo scopre quando viene fatto prigioniero durante la II Guerra Mondiale. La sua visione corre su due binari: la miseria (l'inferno) degli esseri umani e la bellezza della pulsione di vivere.
A differenza di Atzeni, nei cortometraggi de "Il mondo perduto" il commento del narratore è assente, l'affabulazione è data solo dalle immagini, dai rumori della natura e dagli uomini e donne che comunicano spesso cantando o con linguaggi codificati.
«Riscopre le vestigia di una società antica che risplende di nobiltà perduta», ha detto di lui Scorsese, suo grande ammiratore dai tempi di "Banditi ad Orgosolo", del 1961. E ancora l'ha definito «un Antropologo che si esprime come un Poeta».
Rappresenta il mare, le miniere e i campi e le colline e i vulcani, il lavoro scandito dalle stagioni, dalla natura, il pescato, il raccolto, lo zolfo.
Quello che testimoniano di più i suoi film è il senso di comunità; nella miseria del vivere ognuno ha il suo ruolo, la sua importanza all'interno del paese, uomini, donne, vecchi e bambini: che sia nel rituale del lavoro, a casa o nei territori più isolati e inospitali, dal mare in burrasca, alle viscere della terra o alle alture gelide d'inverno.
Della selezione qui operata dal Galmozzi e da Amenic fanno parte: "Lu tempu di li pisci spata" (1954; stretto di Messina, attesa e pesca, un ritmo a perdifiato con un magistrale montaggio velocissimo e ritmato che ci richiama sfide tra l'uomo e il mare alla Hemingway in un contesto verghiano simile a "La terra trema" di Visconti); "Isole di fuoco" ('54; Eolie, il mare e il vulcano, la vita degli uomini in mezzo a queste forze spaventose. Insignito del premio al Miglior Cortometraggio Documentario al Festival di Cannes); "Surfarara" ('55; zolfatara nella Sicilia centrale, il lavoro dei minatori anche qui con un ritmo di montaggio vertiginoso, una forma di linguaggio che prescinde le parole); "Contadini del mare" ('55; tonnara di Granitola, seguendo la rotta dei tonni); "Parabola d'oro" ('55; Sicilia centrale, falciatura e trebbiatura del grano con sistemi primitivi); "Pastori di Orgosolo" ('58; vita di pastorizia nel duro inverno di Supramonte. Pochi anni dopo De Seta tornerà per diversi mesi a girare il film "Banditi a Orgosolo"); "Un giorno in Barbagia" ('58; rapporto profondo tra la terra e la sua gente, i gesti quotidiani delle donne che attendono ai tanti compiti domestici, come la produzione del pane carasau, mentre i maschi, pastori e contadini, sono lontani); "I dimenticati" ('59; Calabria cosentina, Alessandria del Carretto è il paese più in alto e sperduto e «condannato a scomparire», isolato dalla cività e dalle strade, il mezzo per raggiungerlo è il mulo; per la festa della primavera un albero abbattuto diventa l'albero della cuccagna che simboleggia le forze vitali che rinascono e riprendono a dare frutti.
«Forse un giorno la strada romperà il loro isolamento, un isolamento che dura da secoli».)

martedì 6 marzo 2018

Inchieste Dal Belpaese / 1

In collaborazione con Centro Ricerca A. Galmozzi di Crema
si apre l'omaggio al documentarismo italiano di indagine sociale e storica


Matti da slegare

Ci fu un tempo, non troppo lontano, nel quale il progresso del Pensiero umanistico e sociologico in Italia rivelò una delle più ingiuste lacune del Diritto. Quel tempo sono stati gli anni '70 del Novecento; quella stortura, la regolamentazione manicomiale dei cosiddetti pazienti psicopatologici. Ben prima della promulgazione della fondamentale Legge Basaglia (n.180/13-05-1978) il dibattito su tale argomento era già acceso e fervido e si cercava con alcuni protocolli sperimentali (quali ad esempio nel parmense) di verificare gli effetti della 'liberazione' tra la gente degli internati. Gli uomini di cinema ed intellettuali anticonformisti Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli si costituirono troupe d'intervista per conto dei fautori di tali innovazioni e raccolsero testimonianze direttamente dai protagonisti sotto osservazione e loro famigliari e conoscenti. Ne uscì il più lucido, meraviglioso, sentito e, non retoricamente, commovente pezzo audiovisivo mai realizzato: un film-documento italiano miliare.


Matti da slegare di Marco Bellocchio, Silvano Agosti et Al., Italia, 1975, b/n, 102min

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COMMENTO (a cura di Moreno Comotti)

Militanza, denuncia, verità. Questi i paradigmi che, teoreticamente parlando, fanno di “Matti da slegare” una delle opere maestre nell'ultimo mezzo secolo di produzione audiovisiva in Italia. Militanti, i suoi autori in quanto proclivi ad impegnarsi nella osservazione e comprensione di un problema, a sollecitare per primi la propria sensibilità su di esso e a schierarsi attivamente a favore della sua esposizione. Denuncia, l'ingrediente senza il quale nessuna opera d'ingegno può forse esattamente definirsi anche d'arte. 'Verità': non tanto nel senso base di corrispondenza al reale, ma come derivato dal concetto del poliedrico filosofo contemporaneo Edgar Morin del «cinéma vérité», secondo il quale l'espressione filmica raggiunge l'autenticità totale quando l'opposizione tra il romanzesco ed il documentarismo puri viene superata, quando l'opera esprime al contempo l'oggettività della registrazione documentale e la soggettività di un'evocazione sentimentale e passionale.

Il film fu commissionato dall’Assessorato Provinciale della Sanità di Parma e dalla Regione Emilia-Romagna per spalancare definitivamente il dibattito sull'iniquità, la misconcezione ed il non funzionamento palesi del sistema manicomiale. Un dibattito che si alimentava già da almeno quindici anni prima che la rivoluzionaria Legge Basaglia ("Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori", n.180 del 13 Maggio 1978) venisse approvata, stanti: il regime di fatto detentivo (e anti igienico oltre ogni immaginazione, atroce, letteralmente coercitivo, violento) del ricoverato; la assenza di garanzie in fatto di sistema di diagnosi e azioni terapeutiche e prognosi e possibilità di dimissione; gli aspetti di indebito sfruttamento lavorativo degli internati da parte dei dirigenti delle strutture; la indolente e indifferente continuità in pratica esistente tra orfanotrofi e manicomi.
Un mondo di incubo e miseria che Franco Basaglia (1924 – 1980, medico neuro-psichiatra e direttore ospedaliero d'avanguardia a Gorizia, a Colorno e a Trieste) e le forze della Sinistra vollero e riuscirono a scardinare sia in nome della Scienza Medica sia soprattutto dei Diritti umani. Per recuperare alla dignità e all'utilità sia la persona che la collettività. Perché si capisse (anche in Italia come laddove, ad esempio in California, le Scuole psicologiche e psicoterapeutiche erano più evolute) che il disturbo non appartiene solo al singolo, ma alla rete delle sue relazioni cioè famiglia, gruppi, la società tutta.

Girato alla fonte in 16 mm per una durata totale di 3 ore, inizialmente destinato a fruizioni didattiche negli ospedali, nelle scuole, cineclub, circoli, in TV e dal titolo originale “Nessuno o tutti” (citazione diretta di Bertolt Brecht), il documentario-intervista espresse delle qualità ed un'intensità tali da meritarsi sempre più apprezzamento e diffusione. In sala non fu mai licenziato, ma la sua presentazione conquistò passaggi in grandi festival europei (Berlino, Venezia e altri). Eseguendo tagli e 'gonfiandolo' a 35 mm nacquero poi le versioni, una di minuti 133 e una di 102, che oggi circolano. La bipartizione in tempi che si ritrova è il vestigio dei due 'film nel film' in principio organizzati: il primo intitolato “Tre storie” (con ritratti-casi individuali) e il secondo “Matti da slegare” (con situazioni più corali e relazionali).
Lo stile della pellicola rivela tutta l'essenza del praticare il «cinema verità», che è quella (altrove poi spiegata in generale anche dal critico Gianni Rondolino) di usare la macchina da presa come 'agente provocatore': come dichiarato stimolatore di reazioni e comportamenti, i quali si realizzano proprio sotto la sua azione. In questo modo la realtà e la sua 'verità' sono emanazione istantanea del Cinema, sono il frutto del suo intervento diretto.

Matti da slegare” è estremamente elementare e spoglio nella forma, ma oltremodo profondo, empatico, palpitante e toccante nella sostanza.
Il corpo autoriale dell'opera conta il bobbiese Marco Bellocchio (l'anticonformista e modernissimo acuto carpitore – sin dai primissimi esordi: vedere ad esempio il suo “I pugni in tasca” del 1965 – del disagio e risvolti più terribili associati) ed il bresciano Silvano Agosti (l'anima sperimentatrice e avversaria dei sistemi e delle strutture, sia in campo produttivo-artistico che generale, in nome di una libera indipendenza), più i due sceneggiatori romani Sandro Petraglia e Stefano Rulli (professionisti e creativi dall'avvenire prolificissimo e sorridente sia nella TV che nel Cinema, più volte ancora in coppia).

mercoledì 28 febbraio 2018

Marzo 2018 di collaborazione. Sul documentario

Nei Lunedì dal 5 al 26 Marzo 2018 gran collaborazione tra il circolo Amenic Cinema ed il Centro Ricerca Alfredo Galmozzi di Crema. Vede la luce 'INCHIESTE DAL BELPAESE'.


Un tributo alla cinematografia documentaristica: rigorosamente italiana in quanto ad Autori, temi, luoghi e memorie. Passando da sperimentalità anticonformiste, al "cinema del reale", al "poema per immagini", all'assemblaggio di repertorio, scandagliando la penisola in tutte le latitudini, un'esperienza che insegna ciò che siamo stati, che siamo e che saremo.
Starring: MARCO BELLOCCHIO / SILVANO AGOSTI / DANIELE ATZENI / VITTORIO DE SETA / ALBERTO FASULO / DANIELE VICARI