venerdì 15 dicembre 2017

Lunedì 18 Dicembre: Una pazza giornata di vacanza

ULTIMA PROIEZIONE ASSOLUTA DELL'ANNO
ISCRIZIONE AL CIRCOLO IN OMAGGIO!

Conclude la rassegna

Una pazza giornata di vacanza

Una pazza giornata di vacanza è una commedia brillante con protagonista un giovanissimo Matthew Broderick nel ruolo di Ferris Bueller che salta la scuola per evitare un compito in classe. Agli occhi dei genitori, preside e compagni di scuola Ferris si fingerà malato per trascorrere una giornata a Chicago con l'amico Cameron (Alan Ruck) e la fidanzata Sloane (Mia Sara), tra visite al The Art Institute e parate in centro città. Il preside (Jeffrey Jones) si butterà al suo inseguimento, conscio delle numerose furbizie del giovane, idolo dei compagni ma odiato dalla sorella (Jennifer Grey) per essere il cocco di mamma e papà. 

Hughes scrive e dirige una pellicola divertente e dal passo spedito, in apparenza scanzonata e spumeggiante senza però tralasciare critiche all'autorità precostituita simboleggiata dalla scuola, alla tentazione dell'omologazione da parte dell'istituzione e alla brutale separazione tra microcosmo giovanile e macrocosmo adulto. Il film rappresenta la chiusura di un cerchio, di un'accurata indagine del mondo adolescenziale iniziata con Un compleanno da ricordare, nel 1984, e proseguita con The Breakfast Club.


con Matthew Broderick, Alan Ruck, Jeffrey Jones, Mia Sara, Jennifer Grey
Una pazza giornata di vacanza (Ferris Bueller's Day Off) di John Hughes, USA, 1986, colore, 99 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Mattia Zaffardi)

"Una pazza giornata di vacanza" ("Ferris Bueller's Day Off"), lavoro divertito e di personalità, alternante comicità demenziale e carattere assorto quanto serve, affronta e prosegue, nella filmografia di John Hughes, il già delineato discorso sull'adolescenza che è il marchio di fabbrica che ha contraddistinto l'autore alla metà degli anni Ottanta.

Dopo il successo vastissimo di "Porky's" (Bob Clark, 1982) e relative filiazioni Hughes trovò una via alternativa alla farsa puberale sconcia che andava in voga a quei tempi; un tipo di comicità non indecente, uno sguardo sulla giovinezza non banale collegato al gusto di Hughes per i viaggi formativi, di crescita dei caratteri. È un tratto comune a quasi tutte le sue commedie, anche quelle meno riuscite, ed è il caso preciso di "Una pazza giornata di vacanza" con i suoi gradevoli viraggi metanarrativi, la regia giocosa, a tratti improvvisata, ma sempre sapiente, l'unicità delle singole idee o sequenze, la memorabilità e le sottolineature dei personaggi e dei temperamenti (entrati di diritto nella cultura popolare americana, ...e anticipatori pratici di molti vezzi Simpsoniani).

Il film è la cronistoria della giornata libera autonomamente presa dalla scuola dal diabolicamente scaltro Ferris Bueller, un Matthew Broderick in formissima e all'epoca lanciato verso il successo planetario dopo aver recitato in "WarGames" di John Badham e in "Ladyhawke" di Richard Donner. Il protagonista, per andarsene a zonzo assieme alla sua ragazza e al migliore amico, si impossessa della Ferrari d'epoca del padre di quest'ultimo e ingaggia una lotta senza quartiere con il preside della scuola, l'unico capace di vedere il genio 'criminale' del giovane Bueller. Grazie a marchingegni sagacissimi, grande capacità d'improvvisazione e spirito di iniziativa sarà una giornata da non scordare mai più. A parte qualche ammiccamento di troppo (Ferris/Broderick spessissimo guarda nella cinepresa e si rivolge direttamente al pubblico) è una pellicola divertentissima, briosamente leggera che si trasforma in una sorta di percorso evolutivo di tre giovani che stanno transitando dall'adolescenza all'età matura, al mondo dei 'grandi'. Anche al prezzo di cambiare totalmente il modo di rapportarsi alle cose e alle figure: vedi la rivolta di Cameron, l'amico ipocondriaco e complessato - probabilmente il personaggio migliore in assoluto - che per la prima volta si oppone quasi brutalmente a ciò che il padre incarna e rappresenta.

La città di Chicago è inquadrata in abbondanza. Favolose le scene contro i cristalli della vertiginosa Willis Tower, e per le sale allestite dell'Art Institute, e nel mezzo dell'oceanica parata allegorica nelle strade del centro (con Ferris che omaggia i Beatles scatenandosi in un playback di "Twist and Shout"). Hughes dichiarò di Chicago di volerne catturare, più che le immagini, lo 'spirito'; la numerosità e la diversificazione delle comparse sono poi forse un riconoscimento alla multietnicità.
Quasi da enciclopedia l'insieme di suggerimenti che si regalano per ingannare genitori e conoscenti nella prima metà del racconto. John Hughes affermò di aver avuto in mente Matthew Broderick nel ruolo di protagonista già da quando scrisse la sceneggiatura (operazione per la quale bastò una sola settimana). Per il ruolo di Sloane invece, il regista aveva in principio preso in considerazione l'attrice Molly Ringwald (volto per lui stra-abituale), ma la scelta ricadde poi su Mia Sara dopo che quest'ultima lo aveva positivamente sorpreso durante il provino.
Il successo al botteghino fu notevolissimo, con incassi che ripagarono di quasi dodici volte i costi di produzione. Nel 1990 si arrivò addirittura alla trasposizione in serie televisiva, per la NBC.
Un film giudicato entusiasmante sia dal pubblico che dalla critica, ancora oggi senz'altro da (ri)scoprire in lungo e in largo (la buona qualità cinematografica è evidente; gli elementi narrativi sono tipici dell'universo Hughesiano; la presenza di sguardo ha netta efficacia), pur tenendo conto delle inevitabili forzature buoniste che affiorano di tanto in tanto e di un controllo delle velleità che talvolta si allenta.
Nel 2014 "Una pazza giornata di vacanza" è stato selezionato dal National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti per essere aggiunto all'elenco dei film da preservare.

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mercoledì 6 dicembre 2017

Lunedì 11 Dicembre: Bella in rosa

PENULTIMA PROIEZIONE ASSOLUTA DELL'ANNO
ISCRIZIONE AL CIRCOLO IN OMAGGIO!

Prosegue la rassegna


Bella in rosa

Andie (Molly Ringwald) è una liceale responsabile e creativa ma che proviene dalla parte sbagliata della città; Blane (Andrew McCarthy) è un signorino danaroso dal viso gentile che mette gli occhi su di lei e le chiede di andare al ballo studentesco. Ma quanto più il loro feeling sentimentale cresce, tanto più è minacciato dalle pressioni dei conoscenti di pari condizione sociale che rispettivamente li attorniano.

Dal connubio tra l'accreditato padrino della corrente 'Brat Pack' John Hughes (alla sceneggiatura e alla co-produzione) ed il videomaker con esperienza nei clip musicali Howard Deutch (alla regia), un lungometraggio che per certi versi strizza l'occhio a Cenerentola e per certi altri a Romeo e Giulietta, leggerissimo e fissamente fedele alle sue rosee pretese, nonostante dimostri anche di conoscere dove le penombre della vita intima o dei rapporti collettivi stanno circoscritte.


con Molly Ringwald, Jon Cryer,
Andrew McCarthy, James Spader, Harry Dean Stanton
Bella in rosa (Pretty in Pink) di Howard Deutch, USA, 1986, colore, 93 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Daniela Caizzi con Moreno Comotti)

Film che ai tempi della sua uscita fece registrare buoni successi ma la cui sopravvivenza odierna è per lo più dipendente da una nostalgica indulgenza, “Bella in rosa” ha tuttavia l'arma della semplicità che si tramuta in godibilità fluida e senza pretese. La mano registica è quella di un Howard Deutch alla sua prima, piuttosto impersonale, esperienza nel lungometraggio dopo un passato di autore di videoclip musicali; un Deutch che si dice venne arruolato puramente allo scopo di far rifiatare John Hughes (il reale deus ex machina del film, e della corrente 'Brat Pack' in generale) la cui inventiva era all'epoca spinta al massimo con risultati produttivi pari a una media di due film all'anno recanti il suo nome tra le figure tecniche di vertice.

Pretty in Pink” (il titolo nativo, preso a prestito da una canzone dei The Psychedelic Furs) tratta di una sorta di Cenerentola anni '80 che vede come protagonista una giovane ragazza acqua e sapone, fresca e spontanea, Andie, che si trova ad affrontare la vita comune ai ragazzi della sua età, tra momenti positivi e negativi. Procura simpatia e un po' di nostalgia osservarvi i vecchi dischi in vinile, i primi voluminosi computer, i telefoni fissi, le pettinature cotonate e i vestiti sgargianti tipici di quegli anni. Ma non tutto è cambiato; alcune dinamiche sono le stesse da sempre: il rapporto genitori-figli, le differenze di classe, gli episodi di bullismo, i problemi di cuore, ma soprattutto l'importanza dell'amore nella vita di noi tutti. Tematiche nelle quali ciascuno può identificarsi trovando quindi una certa vicinanza con la protagonista, questa ragazza che sta sbocciando alla vita come un fiore (rosa per l'appunto).

Intorno a “Bella in rosa” le curiosità non sono poche. La più grande riguarda il suo epilogo: che nelle intenzioni originarie degli Autori era l'esatto contrario di quello che fu poi visto nelle sale ufficiali ed è oggi conosciuto. Nel corso infatti di un'anteprima di prova il cui pubblico era costituito in grossa prevalenza da teenagers, la platea aveva manifestato palpabile disapprovazione verso ciò che il finale andava raccontando; tale riscontro portò i realizzatori ad una serie di riflessioni finché non fu deciso di dare agli spettatori ciò che oggettivamente volevano. I minuti conclusivi della pellicola vennero allora tagliati e girati daccapo (richiamando in ruolo i giovani attori che nel frattempo avevano già assunto nuove destinazioni lavorative e, nel caso di McCarthy/Blane, avevano anche cambiato fisionomia – capelli rasati a zero: onde il ricorso alla parrucca) con ribaltamento dell'esito circa quale contendente avrebbe avuto l'onore del ballo con la protagonista Andie.
Altra nota. Il guardaroba della bella Andie e lo stile personale dell'attrice che la impersonava, Molly Ringwald, coincidevano. Il look eclettico e vintage-chic che prevedeva il recupero di tanti capi ed accessori di seconda mano immortalato sullo schermo era condiviso nella realtà quotidiana anche dall'interprete medesima, la quale adorava bazzicare i mercatini dell'usato.
Un accenno alla colonna sonora? Certo che sì. Lo score musicale di "Bella in rosa" ebbe un gran successo indipendentemente da quello del film. La rivista 'Rolling Stone' lo classificò all'11° posto fra le migliori compilation di tutti i tempi associate a un film. Da parte di John Hughes fu intenzionale l'accurata selezione di brani dal repertorio delle band new-wave, post-punk o indie-pop che in quel momento si stavano musicalmente esprimendo nel modo più intenso. Le canzoni, che abbinano mordente e sconsolatezza, sono tra i vari firmate Echo & The Bunnymen, New Order, The Smiths, Suzanne Vega, INXS e formano un'antologia davvero di gusto. Singolare tuttavia che il disco non avesse inclusa la canzone che sottolinea uno dei momenti divenuti più famosi del film: la hit del 1967 di Otis Redding "Try a Little Tenderness", sulla quale il personaggio di Duckie effettua uno sfrenato e caldo balletto per dichiarare i suoi sentimenti ad Andie. Curiosità nella curiosità: la coreografia su cui Cryer si scatena fu opera di Kenny Ortega, artista che già aveva curato dei passi per Olivia Newton John e Madonna, e che l'anno successivo a "Bella in rosa" sarebbe stato il coreografo di "Dirty Dancing".
Ultimo riferimento per James Spader e Andrew McCarthy: che nel film impersonano ragazzi partecipanti al ballo studentesco mentre, nella realtà, non andarono mai a quello delle loro scuole. Sebbene i ruoli di "Bella in rosa" li volessero affascinanti e privilegiati, i due, fuori dallo schermo, si sentivano più affini alla figura dello sfigato e dell'escluso, anche forse per il fatto di avere in testa solo le attività dei gruppi di teatro studentesco e di amare vestirsi in modo divertente e stravagante: e perciò piuttosto respingente dal punto di vista delle ragazze che li incrociavano per i corridoi e le aule di scuola. Per McCarthy la faccenda del ballo fu sempre una fonte di ansie troppo grande di cui nemmeno voleva parlare; Spader addirittura non terminò nemmeno il liceo per la decisione di andare a tentare fortuna artistica nella grande città, privandosi da solo così dell'opportunità.

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venerdì 1 dicembre 2017

Lunedì 4 Dicembre: The Breakfast Club

Inaugura la rassegna


The Breakfast Club

Cinque ragazzi indisciplinati vengono costretti a trascorrere un intero sabato a scuola per riflettere sui propri errori. Non si sono mai visti prima, ma da quel giorno tutto cambia: è l’atto di fondazione del “Breakfast Club”, un esempio di amicizia che travalica le barriere sociali e culturali, diventando un’icona del cinema pop americano nei favolosi anni Ottanta.

Caratterizzato da un’atmosfera scanzonata e allegra che dosa con sapienza momenti tragicomici e altri più riflessivi, quella che può in apparenza sembrare una commedia statica e lenta si trasforma in un turbinio di emozioni che non lascia indifferenti. 
The Breakfast Club racconta una generazione e ne affascina tante altre, confezionando un film che nonostante la sua semplicità lascia il segno ed entra di diritto nella storia del cinema, tanto da essere inserito nell’elenco delle pellicole da conservare del National Film Registry americano.


con Emilio Estevez, Molly Ringwald,
Judd Nelson, Anthony Michael Hall, Ally Sheedy
The Breakfast Club di John Hughes, USA, 1985, colore, 93 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Antonio Sarti)

Vero e proprio film di culto dei mitici anni Ottanta, "The Breakfast Club" offre uno spaccato diretto ed efficace sul mondo dell’adolescenza, riportando alla memoria dello spettatore piccoli problemi che tutti hanno vissuto da giovani: la volontà e necessità di autodeterminarsi, il creare un proprio personaggio, il difficile e a volte drammatico rapporto con i genitori.
John Hughes, sicuramente il nome che meglio identifica il genere ‘Brat Pack’ che questa sera andiamo a introdurre, sceglie cinque protagonisti che rappresentano altrettanti modi d’essere e approcciarsi alla vita: dal campione sportivo al ribelle per forza, passando per il secchione e la svitata. Come arrivare a una sintesi tra caratteri tanto agli antipodi? Mettendole tutte insieme in una stanza per una giornata intera: ecco che nasce il Breakfast Club, uno stile di vita prima che una congrega di giovani bizzarri, un processo di crescita che si sviluppa prendendo coscienza delle rispettive difficoltà per farne un punto di forza.
Il film descrive molto bene tutte le paure dei ragazzi della Generazione X (come vengono definiti i nati tra il 1960 e il 1980), che si trovano a doversi affermare in un mondo che pur essendo in evoluzione continua a riferirsi a schemi e convenzioni sociali ormai superati: nella sua linearità e semplicità apparente, Breakfast Club è bello perché… è bello! Ci tiene incollati allo schermo senza sforzo e pur senza che sostanzialmente accada nulla, quando invece tutto sta accadendo nell’animo dei protagonisti.
Chiudo con un paio di curiosità: la prima riguarda il regista John Hughes. Scrisse la sceneggiatura del film in soli due giorni nel luglio del 1982, riservando anche per se stesso una breve apparizione: lo vedrete infatti nelle battute conclusive di "The Breakfast Club" nel ruolo del padre di Brian.
La colonna sonora del film, che subito riconoscerete (giustamente), ha condiviso con quest’ultimo la celebrità perpetua, divenendo essa stessa un’icona della generazione pop americana: “Don’t You” dei Simple Minds, che viene utilizzata in apertura e chiusura, è infatti uno dei maggiori successi del gruppo.

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giovedì 23 novembre 2017

Lunedì 27 Novembre: Il giorno della bestia

Ancora un appuntamento con
GROTTESCA-MENTE


Il giorno della bestia

Studiando per decenni l'Apocalisse di San Giovanni, padre Ángel Berriartua (Álex Angulo) interpreta che l'anticristo sorgerà a Madrid nella notte della vigilia di Natale del 1995. Per impedire la profezia si convince che dovrà uccidere Satana supremo in persona dopo averlo portato allo scoperto e diviene autore di nefandezze e crimini d'ogni tipo per attirarne così l'attenzione. Nelle sfrenate e balzane imprese del sacerdote vengono loro malgrado coinvolti il fanatico di musica death metal José María (Santiago Segura) ed il conduttore televisivo di programmi dell'occulto Cavan (Armando De Razza).

Il giorno della bestia è una buffonesca corsa a perdifiato tra i generi e gli spunti, definita dal suo stesso autore Álex De La Iglesia (impostosi agli onori globali proprio grazie a questo film) una delle sole «commedie di azione satanica» mai girate. Macchiettismo e demenzialità caustici, satira dei media e delle credenze, fluidità e ritmo formali di grande fresca presa, è un film meno svagato di quanto si mostri: capace di far percepire germi di densa profondità, per quanto solo abbozzatissimi.


con Álex Angulo, Santiago Segura, Armando De Razza
Il giorno della bestia (El día de la bestia) di Álex De La Iglesia, Spagna/Italia, 1995, colore, 91 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Moreno Comotti)

Álex De La Iglesia, classe 1965, basco di Bilbao, ha iniziato a girare film (sponsorizzato da Almodóvar) successivamente al 1990 e si è posto come una delle voci della strepitosa più recente cinematografia spagnola che meglio ha saputo combinare una personale tensione all'autorialità e lo sfruttamento dei generi popolari, in senso di pratica resa economica al botteghino.

Sempre servendosi di ironia sfacciata, di predisposizione alla caricatura e di un uso 'giocoso' della violenza o di immaginari oscuri, ed abitualmente raccontando le sue storie attraverso personaggi proletari, De La Iglesia possiede come specifica peculiarità quella di riuscire ad infondere ai suoi caratteri una plausibilità ed un'attendibilità diegetiche tali da rendere credibili ogni azione ed ogni psicologia da essi esplicate, per quanto anche esageratamente sopra le righe. Possiamo allora assistere a spericolate corse attraverso i registri più 'bassi' (azione, orrore, commedia demenziale tutti insieme mescolati), a trovate prive della minima delicatezza, a dosi di fantasia che hanno quasi dell'ingiustificato: la sua alchimia risulta miracolosamente sempre e comunque adeguata ed accettabile poiché è saldo alla radice il legame col meccanismo d'identificazione con ciò che va (in modo volutamente debordante) in scena.

Álex De La Iglesia è stato tra i cittadini spagnoli la cui vita nell'infanzia ha coinciso con gli ultimi anni del Franchismo, caduto il quale le arti iberiche poterono scrollarsi di dosso una Censura praticamente granitica: che oltre a condizionare le creazioni entro i confini aveva impedito anche e soprattutto l'arrivo in Spagna delle influenze estere. Ecco allora che solo col 1976 il pubblico spagnolo di massa vide importare fiumi di grandissime opere di grandissimi autori, sia vecchi, della tradizione sia emersi nel contempo, le cui poetiche avevano già stabilmente attecchito in tutto il resto dell'Europa o del mondo più sviluppato, quali Chaplin (addirittura), Buñuel (Maestro che era sì spagnolo, ma che aveva trovato rifugio in Messico durante i conflitti mondiali ed in Francia durante la dittatura in madrepatria), Fellini, Pasolini, Ferreri, Bertolucci, Scorsese, Kubrick, per dirne solo alcuni. Il giovane De La Iglesia — e verosimilmente come lui tutti i vari altri registi in nuce Almodóvar, Erice, Luna, Monzón, Trueba, Amenábar, De Aranoa, ecc.: che avrebbero fatto della settima arte spagnola degli anni '80 e '90 il movimento più fresco e incontenibile mai visto — fu allora per forza di cose investito dal fascino di ritovarsi di colpo una ricchezza senza precedenti di temi, estetiche e forme espressive da assorbire e di cui appropriarsi per creazioni nuove e personali. Divorò fumetti, si divertì con ogni gioco di ruolo, e dopo gli studi (all'università: in Filosofia) fece lo scrittore, il cinefilo incallito, lo scenografo e l'autore di format televisivi.
Entrando infine in conoscenza con il già affermato Pedro Almodóvar ricevette da questi l'incoraggiamento a cimentarsi nella sceneggiatura e nella regia cinematografiche e l'offerta a farsi produrre per il lungometraggio di esordio.

El día de la bestia”, del 1995, è l'opera seconda di De La Iglesia, ma è quella che alla luce di ben sei Premi Goya vinti (categoria Miglior Regia compresa) lo ha di fatto portato all'attenzione globale.
I temi comunicati nel film, senza retorismi alcuni e con gran propensione per il divertimento grottesco e l'avventura a briglia sciolta, si riassumono in una satira delle credenze in crisi e delle false Divinità (tra cui quella moderna della TV) che soggiogano potentissimamente la società; satira che si rende tanto più efficace e godibile quanto più il discorso riceve appena un rapido tratteggio contestuale ed è in seguito mantenuto col solo mezzo della gag dissacrante e del macchiettismo intelligente.

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giovedì 16 novembre 2017

Lunedì 20 Novembre: Delicatessen

Prosegue la rassegna
GROTTESCA-MENTE


Delicatessen

In un posto strano, fatto di uno sparuto palazzo tetramente avvinghiato da brume giallastre, di uno strano tempo, nel quale tutti muoiono di fame ed hanno tutti paura - e si osteggia la razza dei Trogloditi, spunta un nuovo arrivato per assumere il ruolo di tuttofare sotto l'occhio del misterioso microcosmo d'inquilini capeggiati dal macellaio della bottega al pianterreno.

Atmosfera eccentrica, piglio clownesco, pungente gusto per la tipizzazione eccessiva e la parodia. Dal pubblicitario ed autore di videoclip Jean-Pierre Jeunet e dal disegnatore Marc Caro un lungometraggio d'esordio grondante di sgangherata, ma molto disinvolta e poetica inventiva che ha per temi la resistenza e la convivenza in uno scenario futuro di disumanizzazione.


con Jean-Claude Dreyfus, Dominique Pinon, Marie-Laure Dougnac, Karin Viard
Delicatessen di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro, Francia, 1990, colore, 96 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Miguel Ángel Frausto)

Secondo il Dizionario Cambridge della lingua inglese, delicatessen significa un piccolo negozio specializzato in prodotti alimentari di altissima qualità, locali o stranieri: formaggi, salumi, insalate pronte o salse esotiche.
Da questo concetto è possibile inserirsi su ciò che l'opera prima di Jean-Pierre Jeunet e di Marc Caro rappresenta come oggetto artistico: un film 'esotico', con un mix che difficilmente si troverà in altre pellicole. Infatti "Delicatessen" offre uno spettacolo con tanti 'gusti' (in strana e deliziosa combinazione) per gli appetiti estetici più esigenti. Commedia, horror, dramma, azione, suspense e romanticismo sono mischiati nella giusta misura, proposta dai registi, per creare un piatto unico, con la speranza che ogni 'commensale' prenda la porzione adatta al suo interesse, lo sfrutti e torni poi per la medesima porzione più un'altra nuova.

Non è un segreto che il Cinema è l’addizione di tutte le discipline artistiche per giungere alla creazione dell’opera d'arte totale, come per l'Opera oppure per il Teatro. A volte però, quello che si nasconde nel film - forse inconsciamente - è la predilezione dell'autore per una disciplina artistica particolare, che nel suo lavoro è curata meglio del resto e che rischia di compromettere il giusto equilibrio dimensionale del film e il suo successo. In "Delicatessen", Jeunet e Caro infatti riuniscono magistralmente tutte le arti nel giusto equilibrio tra loro, e grazie a ciò tutte queste rappresentazioni artistiche usate possono avere a volte il grado di personaggio e altre di oggetto cinematografico. Questo vuol dire che nulla in "Delicatessen" è meramente ornamentale. Tutti gli oggetti fisici, sonori e scenici hanno qualcosa d'importante da dire e apportare, nella loro dimensione.

Notevole è l'uso del suono e della musica, composta da Carlos D'Alessio, che dentro lo stesso spirito del concetto di 'delicatessen' propone dei colori, textures, suoni elettronici e 'reali' combinati che, sebbene non nuovi, sono presentati in forma molto originale e personale. Già dal tema d'apertura, un valzer 'destrutturato' per pianoforte, fisarmonica e sax, la cui melodia cerca senza troppo sforzo di trovare il suo punto d'equilibrio, si disegna quel mondo di cui la trama narra che è cambiato radicalmente sforzandosi però di continuare con lo stile di vita standard, costi quel che costi: la salute mentale, la morale oppure il potere stesso. Il disegno sonoro, che tradizionalmente si distaccava da quello musicale, in questo caso non c’è più. I suoni degli oggetti hanno sempre una relazione tra loro, ricordando un battere più o meno fisso a seguire e, perciò, un'azione: l'affilare dei coltelli, il cigolìo di un materasso antico, l'acqua che scorre in forma di gocce e cascata, le risa e le grida, la comunicazione attraverso la vecchia conduttura. Possiamo dire che il disegno sonoro in "Delicatessen" oltrepassa il limite della musica con lo scopo di arricchirla.

Quello qui presentato è quindi un film di una bellezza strana, frutto di un complesso lavoro di artigianato, una bellezza difficile da trovare replicata in altri film, anche a più di vent’anni dalla sua apparizione. Se questa è la prima volta che guardate "Delicatessen", vorrete tornare per più 'porzioni'; se già lo avete visto prima, sicuramente potrete assaggiare un nuovo gusto oppure ri-degustare di nuovo quello assaporato in precedenza. Di certo, non tornerete a casa affamati.

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giovedì 9 novembre 2017

Lunedì 13 Novembre: Eraserhead — La mente che cancella

Prosegue la rassegna
GROTTESCA-MENTE


Eraserhead — La mente che cancella

Henry Spencer (Jack Nance) è un tipografo che vive in un desolato appartamento in una città industriale che sembra essere sopravvissuta ad una apocalisse. Ha messo incinta la sua fidanzata Mary X (Charlotte Stewart — l'insegnante della serie televisiva La casa nella prateria) e si vede costretto a sposarla. Quando il figlio nasce, prematuro e dalle fattezze aliene e orripilanti, le cose già complicate si complicano ancora di più, fino a che la ragazza non deciderà di abbandonare il neonato al compagno che sempre più spaesato potrà sfuggire a questa situazione solo fantasticando sulla Signora Del Termosifone, una seducente donna danzante dalle guance tumefatte.

Eraserhead, primo lungometraggio di David Lynch, si può leggere in vari modi, ma la sua vera importanza risiede nel fatto di invertire completamente l'estetica tradizionale. Le immagini sconcertanti escono come da un dipinto turbato del suo regista: di fatto il film è stato concepito come un quadro post-surrealista dove l'ossessione per i sogni, il caso, la libido e il pensiero intuitivo anziché logico emergono evidenti nel tono e nella narrazione.


con Jack Nance, Charlotte Stewart, Laurel Near, Jeanne Bates
Eraserhead — La mente che cancella di David Lynch, USA, 1977, b/n, 89 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di S. C.)

Realizzato grazie a una sovvenzione dell'American Film Institute (del cui Conservatorio Lynch era divenuto alunno nel '70) e inteso da consegnarsi come elaborato di tesi nell'ambito dello stesso, "Eraserhead" è il primo lungometraggio dell'autore più complesso, originale e riconoscibile del panorama contemporaneo mondiale.
Vi si racconta la storia di Henry, un ragazzo semplice che vive in un mondo di provvisorietà, paura e squallore, in un sobborgo industriale che sembra l'anticamera dell'inferno, ma ciò di cui tratta a tutti gli effetti è di un viaggio sotterraneo nell'inconscio. La pellicola riproduce effettivamente la condizione onirica in tutte le sue possibilità e impossibilità di sogno e di incubo, ma senza mostrare qualcuno che si addormenta o si risveglia. Il sogno e l'incubo sono il film stesso.

In "Eraserhead", diventato presto un cult nel circuito dei film di mezzanotte, emergono la formazione da pittore surrealista e la vena di sperimentatore del mezzo sonoro-musicale e di quello fotografico di David Lynch. Il film è stato concepito come un quadro, dove l'ossessione per i sogni, il caso, la libido e il pensiero intuitivo anziché logico sono evidenti nel tono e nella narrazione.
Le immagini di Lynch, come i suoi quadri che sembrano raffigurare il mondo dalla prospettiva di un bambino in preda al terrore, hanno un forte impatto emotivo ed hanno la potenzialità di far vivere a ciascun diverso spettatore esperienze diverse, dando significati diversi.
È un'opera molto personale, dove soluzione ed atmosfera inusualissime rendono difficile la descrizione e l'interpretazione.

Le scene sono sconcertanti, turbano e invertono completamente l'estetica tradizionale.
Il bianco e il nero hanno la capacità di trasportare in un mondo parallelo, evocando i primi film polacchi e alcune pellicole giapponesi e russe ed anche rimandando ai primi inquietanti esercizi filmati del Secolo Ventesimo di Jean Epstein e di Buñuel con Dalí, anche se Lynch nega ogni influsso di film stranieri o di riferimenti accademici.
I grigi si sovrappongono ai grigi, le figure scialbe e deprimenti che si muovono in un ambiente tetro emergono dal grigiore e diventano traslucide. 
I dialoghi sono parecchio rarefatti e sostanzialmente concentrati in pochissime sequenze. I suoni e gli effetti audio, costituiti da rumori industriali amplificati, sbuffi di vapore, ronzii elettrici e vari suoni naturali distorti, sono utilizzati come atmosfera e rivestono una parte memorabile del film.

Ci vollero 7 anni perché Lynch terminasse la pellicola. Gli stalli, più o meno lunghi, si dovettero non certo a una mancanza di creatività, ma alla scarsa risolutezza nell'imporsi di smettere, di distaccarsi dalle sue visioni e meditazioni e convincersi che una chiave-sigillo poteva ormai essere posta nonché, molto più prosaicamente, dipesero dall'esaurimento dei fondi economici che lo costrinse a trovarsi il più banale impiego qualsiasi con cui mantenere sé e la prima figlia e girare qualche minuto di filmato quando i risparmi lo consentivano. Il tempo di realizzazione e l'attenzione personale sono evidenti nelle inquadrature, nei toni del bianco e del nero, nel montaggio e nel ritmo lento che rivelano tutti lo sforzo creativo dell'artista.

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venerdì 3 novembre 2017

Lunedì 6 Novembre: La grande abbuffata

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GROTTESCA-MENTE


La grande abbuffata

Un quartetto di affermati individui, tra loro amici, si dà segreto convegno in una casa-museo disabitata di Parigi. L'essere dei sofisticati buongustai li accomuna e il loro intento pare quello di restarsene isolati per qualche giorno ad onorare l'alta cucina (con, tutt'al più, la concessione di qualche trasgressione sessuale). I fatti portano invece a galla altre prospettive...

Marco Ferreri e il suo massimo film-esempio di scandalizzazione della mentalità comune. Anticonsumismo, la posizione sottesa; perfidia catartica, lo spirito che circonda le immagini ed i fragori somministrati allo spettatore. La grande bouffe è «allegoria della società del benessere condannata alla distruzione, saggio da manuale sugli intrecci tra Eros e Thanatos, tra il cibo e gli escrementi» (P. Mereghetti) che «mette il dito sulle piaghe maleolenti della nostra cultura ma con una negatività che riesce ad essere produttiva e utile nella sua provocazione» (G. Fofi).


con Ugo Tognazzi, Michel Piccoli,
Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Andréa Ferréol
La grande abbuffata (La grande bouffe) di Marco Ferreri, Francia/Italia, 1973, colore, 123 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Moreno Comotti)

Il termine «grottesco» è quello che nelle arti d'intrattenimento si riserva per definire le produzioni ove si operano sproporzioni paradossali fra gli elementi che formano la rappresentazione o dissintonìe assurde tra un accadimento ed il contesto che lo ingloba, tali da suscitare gli automatismi del riso, ma in presenza di disappunto: senza un reale sentimento di allegria. È il mezzo intellettualistico con cui (in Letteratura da qualche secolo prima che non nel Cinema) si usa provocare lo scarto mentale di percezione utile affinché tesi di denuncia o discorsi satirici trovino strada aperta con efficacia prorompente.
In Italia un cinema del grottesco è esistito ed è stato in ottima salute, nonostante l'ipocrita tendenza tipicamente nostrana a schivare i presupposti per le discussioni scivolose lo abbia sempre tenuto piuttosto sottaciuto; il più ardito, capace e lungimirante interprete ne è stato il regista e sceneggiatore Marco Ferreri (1928-1997; milanese di nascita ma spiritualmente, e per le amicizie professionali più importanti – si veda Rafael Azcona Fernández –, spagnolo e francese), la cui opera capitale, del 1973, è esattamente “La grande abbuffata”.

Uscito come una co-produzione transalpina con il titolo originale de “La grande bouffe”, il film di Ferreri si pone tra le più perfide, accanite e specialmente centrate critiche al consumismo mai apparse ad un pubblico cinematografico nel Novecento. Quella che si intende demolire a colpi di 'sporcizie' uditive e visive è l'idea dell'opulenza conseguente al progresso sfrenato ed alle dinamiche di massificazione che, a partire soprattutto dal secondo dopoguerra e sempre di più ancora oggi, hanno fatto sì che quasi ogni bene materiale divenisse subito e ovunque disponibile, finendo per svuotarlo del suo valore più profondo ed elettivo e per fare del suo possesso un mero fatto onanistico. Nella società del benessere, ci vuole comunicare Ferreri attraverso il via via incomprensibile e incommentabile comportamento dei quattro protagonisti del film, ci si è ritrovati ciechi verso il pregio naturale delle cose; i bisogni e gli istinti primordiali, data la normalizzazione del loro raggiungimento, sono divenuti scontati e tediosi: da cui la necessità di creare fittiziamente situazioni di unicità o di trasgressione per tornare a rivestire l'oggetto del gradimento che gli sarebbe proprio.
La cucina (dopotutto nutrirsi è la più basilare attività degli esseri viventi) diventa allora il campo di gioco ideale per parlare di tutto questo. Per l'uomo moderno il cibo abbisogna delle più sofisticate trasformazioni per ridiventare appetito; l'uomo moderno lo consuma per inerzia, senza più conoscere quando è affamato o meno, e non di rado per semplice passatempo. Simbolicamente soltanto, ma anche realmente, l'oltrepassamento della norma corporale e l'autodistruzione si profilano dunque come destino inevitabile di tutto.

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giovedì 26 ottobre 2017

Lunedì 30 Ottobre: Il fascino discreto della borghesia

Inaugura la rassegna


Il fascino discreto della borghesia

Premiato con l’Oscar al miglior film straniero nel 1972, Il fascino discreto della borghesia rientra nella produzione tarda di Luis Buñuel.

Due coppie di amici benestanti e la sorella di una delle due donne si accompagnano all'ambiguo e misterioso ambasciatore di una piccola Repubblica del Sud America, tentando invano di organizzare una cena in cui tutti possano finalmente riunirsi e conversare in tranquillità. Questo soggetto, scritto e sviluppato dallo stesso Luis Buñuel, è lo strumento che il regista utilizza per raccontare i vizi della borghesia attraverso una spietata ma efficace parodia, che mescola realtà e sogno in un’atmosfera di vero surrealismo. Il perbenismo portato all’estremo dai coniugi Thenevot e Sénéchal nasconde, sotto una polverosa patina di buone maniere e superiorità morale presunta, una serie di inganni e intrighi che sveleranno come la natura di tale borghesia non sia poi tanto diversa da quella del popolo che tanto disprezzano.

Pregno di una razionalità che accetta coscientemente elementi grotteschi in nome del “va tutto bene” che contraddistingue i protagonisti, il lungometraggio di Buñuel offre uno spaccato sociale di rara bellezza, costruito attraverso dialoghi efficaci e portati all’estremo.



con Fernando ReyMilena VukoticMichel PiccoliStephane Audran
Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie) di Luis Buñuel, Francia, 1972, colore, 97 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Antonio Sarti)

Apriamo questa nuova e intrigante rassegna con un film memorabile di un regista che ha segnato la storia del cinema: Luis Buñuel. “Il fascino discreto della borghesia” è la trentesima pellicola che il regista spagnolo realizza. È sicuramente quella che gli ha dato il maggior successo internazionale, avendolo portato nel 1973 a ricevere l’Oscar al miglior film straniero dall’Academy, per paradosso il regno di quella borghesia altolocata che tanto Buñuel prese di mira nella sua cinematografia: le buone maniere e la sprezzante superiorità che i protagonisti del film non nascondono mai, ma dietro alla quale si cela un torbido mondo di intrighi e passioni che ribaltano la prospettiva sulla purezza della presunta classe dirigente.
A questo mondo appartengono infatti i sette protagonisti del film, due tranquille coppie di buon nome, la sorella di una delle due donne, un eccentrico ambasciatore sudamericano e un sacerdote calato nei panni di un giardiniere.
L’obiettivo delle loro placide esistenze pare essere quello, vano, di riunirsi tutti insieme a pranzo: facile a dirsi, difficile a farsi. Numerosi imprevisti infatti cercheranno di impedirne la riuscita. Da qui, pur restando sempre sul piano del reale, si scivola lentamente verso un’atmosfera surreale in cui il confine tra vero e immaginario diviene molto labile.
Il titolo del film si pone già in una forte chiave di parodia nei confronti dell’argomento trattato, parodia che contraddistingue chiaramente lo sviluppo del soggetto e che procedendo diviene sempre più evidente: la volontà di Buñuel è quella di spogliare, rimuovere ogni velo e ogni orpello di quel perbenismo che la borghesia utilizza come maschera.
Allo spettatore il compito di gridare “il Re è nudo”, perché pur di non squarciare la perfezione del loro mondo i protagonisti accettano ogni tipo di imprevisto con il sorriso a trentadue denti. Anche quando gli ostacoli prendono i tratti del grottesco e della farsa, nulla sembra poterli scuotere.
I rituali borghesi non si interrompono, proseguono indifferenti di fronte ai numerosi ostacoli che ne frustrano il lieto fine.
È invece nel sogno che la borghesia esprime il suo vero essere e i suoi desideri repressi: in un flusso di coscienza che sembra non avere mai fine, i protagonisti si spogliano dei loro abiti morali e abbandonano la maschera, rivelando un animo spietato e desideroso di ben altre cose.
Caustico e rivoluzionario come ha dimostrato di saper essere nel corso di tutta la sua produzione, Luis Buñuel manda in frantumi l’ipocrisia della borghesia dell’epoca e mostra la profonda convenzionalità dei suoi riti sociali che si ripetono uguali in un corto circuito di bon ton e indifferenza. La strada verso il nulla in aperta campagna su cui vediamo simbolicamente marciare i protagonisti è la sintesi perfetta del messaggio di Buñuel: uno affianco all’altro, vestiti della loro etichetta e con un’imperturbabilità che sconvolge, procedono un passo dopo l’altro specchiandosi nel riflesso di se stessi. Il fascino della borghesia, appunto.

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venerdì 20 ottobre 2017

Lunedì 23 Ottobre: Benny & Joon

Ancora la rassegna
IL BELLO DEI NOVANTA


Benny & Joon

Joon, ragazza con rilevanti problemi mentali, vive e viene curata dal fratello Benny che, dopo la perdita dei genitori, tenta di proteggerla in ogni modo e di tenerla lontana dalla vita di società. L'equilibrio si rompe quando nella loro casa fa capolino Sam (Johnny Depp). Personaggio eccentrico e divertente, nutre una vera passione per i film, sia classici che non, e possiede un'abilità prodigiosa nel ricreare la magia dei suoi idoli Buster Keaton e Charlie Chaplin. Sam e Joon, data la loro sensibilità molto particolare, riescono a instaurare un rapporto peculiare che li porta a intrattenere una relazione amorosa, molto contrastata da Benny, che vede in Sam una possibile minaccia per le cure della sorella.

Un film grandemente anticonvenzionale con una trama originale e comico ma con un significato sottile e alquanto commovente. Il film ha come protagonista un giovanissimo Johnny Depp, il quale mostra già la predilezione a interpretare personaggi particolari, un po' matti e fuori dalle righe.


con Johnny Depp, Mary Stuart Masterson, Aidan Quinn, Julianne Moore
Benny & Joon di Jeremiah S. Chechik, USA, 1993, colore, 100 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Denise Faciocchi)

Film del 1993 che ha come protagonista un fresco Johnny Depp trentenne, all’epoca già conosciuto al pubblico per il piccolo ruolo in "Platoon" di Oliver Stone del 1986, ma soprattutto perché lanciato da Tim Burton con "Edward mani di forbice" nel 1990.
La trama del film narra di Benny che dopo la morte dei genitori si è preso in carico la sorella Joon, malata di mente. Le cure del fratello molto apprensivo costringono Joon a rimanere segregata in casa per la maggior parte del tempo. La routine quotidiana viene sconvolta – in positivo – dall’arrivo di Sam, interpretato da Johnny Depp, che porta una ventata di freschezza nel nucleo familiare: Sam è un personaggio strano, molto silenzioso e solitario. È appassionato di film e in particolar modo di quelli di Buster Keaton e Charlie Chaplin, che cerca di imitare nei comportamenti e nell’abbigliamento non appena si presenta l’occasione.
I caratteri particolari di Joon e Sam consentono l’avvicinamento dei due giovani, cosa che sarà molto contrastata dal fratello Benny.
La banalità della trama, molto semplice e lineare se non quasi inesistente, è contrastata dalla carica comunicativa di Johnny Depp: l’attore si fa notare al pubblico per la sua splendida interpretazione, mettendo in risalto le doti di imitatore sia attraverso i gesti che la mimica facciale, quasi a consacrare fin dalla giovane età la sua predisposizione a interpretare personaggi strampalati e fuori dalle righe.

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sabato 14 ottobre 2017

Lunedì 16 Ottobre: Johnny Suede

Prosegue la rassegna
IL BELLO DEI NOVANTA


Johnny Suede

Johnny è un ingenuo ragazzo di provincia con il sogno di raggiungere il successo come cantante rockabilly. Nonostante l'immagine perfetta che emula i suoi idoli musicali gli mancano i mezzi, la determinazione e il talento. Con l'amico Deke lavora a New York come imbianchino e nel tempo rimasto passa da una storia sentimentale all'altra, non trovando mai un equilibrio. Tra alti e bassi assistiamo alla crescita personale del protagonista, in uno spaccato sociale ed esistenziale (trasfigurato) della New York degli anni '50.

Esordio alla regia cinematografica per Tom DiCillo, il film è stato vincitore al festival di Locarno del 1991 e vede interprete Brad Pitt nel suo primo ruolo interamente da protagonista.


con Brad Pitt, Catherine Keener, Calvin Levels, Nick Cave
Johnny Suede di Tom DiCillo, USA, 1991, colore, 95 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di S. C.)

Al suo terzo appuntamento con i 'belli dei '90', la rassegna propone "Johnny Suede", del 1991, diretto da Tom DiCillo, con un Brad Pitt ventottenne nel suo primo ruolo interamente da protagonista.

Esordio anche per DiCillo alla regia, con cui vinse il Pardo d'Oro al Festival di Locarno nell'anno in cui venne presentato anche il primo film di Todd Haynes "Poison".
Prima di debuttare come regista e di essere attivo nell'ambito del cinema indipendente, Tom DiCillo lavora come direttore della fotografia, in particolare per Jim Jarmusch (anch'esso esponente dell'indie e considerato uno dei più importanti cineasti di quel giro: autore di "Stranger Than Paradise", "Dead Man", "Broken Flowers" e "Solo gli amanti sopravvivono", per citarne alcuni).

Dopo quest'opera prima i suoi film successivi mirano in particolare, in tono satirico, al mondo del cinema, dello spettacolo e della moda. Come ad esempio "Si gira a Manhattan" ("Living in Oblivion") del '95, dove in scena c'è il caotico set di un film a basso costo guidato da un regista interpretato da Steve Buscemi. Più tardi realizzerà "Box of Moonlight" (1996), un completo flop come "Una bionda naturale" ("The Real Blonde", 1997, con Matthew Modine e Daryl Hannah). Convincerà maggiormente con "Delirious Tutto è possibile" (2006), vincitore come miglior regia, migliore sceneggiatura e premio SIGNIS al Festival di S. Sebastian.

Accanto a Brad Pitt in questa pellicola troviamo Catherine Keener, presente anche in altri film del regista - i successivi tre: "Si gira a Manhattan", "Box of Moonlight" e "Una bionda naturale" -, il cantautore Nick Cave e Samuel L. Jackson in una minuscola parte.

Il Bello di questo film è il protagonista Brad Pitt che inizia la sua carriera nel 1987 con parti non accreditate (come in "Senza via di scampo" e "Al di là di tutti i limiti"); debutta poi in tv in serie come "Genitori in blue jeans" e "Dallas", ma il successo e la consacrazione a sex symbol arrivano nel 1991 con un piccolo ruolo nel film "Thelma & Louise" di Ridley Scott: celebre è la scena d'amore con Geena Davis. Con il ruolo di Tyler Durden nel film "Fight Club" di David Fincher del 1999 invece entra nella 'hall of fame' dei migliori attori di Hollywood.

In "Johnny Suede" Pitt dà prova anche delle sue doti canore interpretando un ingenuo e poco talentuoso ragazzo in cerca di successo come cantante rockabilly. Si tratta di un film scanzonato e surreale, ritratto del sogno giovanile, dove l'aspetto e i vestiti risultano le cose più importanti nella vita di un ragazzo. Nell'ambientazione di una onirica New York anni '50 assisteremo alle vicende che portano alla piccola crescita personale del protagonista.

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giovedì 5 ottobre 2017

Lunedì 9 Ottobre: Belli e dannati

Prosegue la rassegna
IL BELLO DEI NOVANTA


Belli e dannati

Per le strade dell'America (e non solo) vagabondano Mike e Scott. Il primo (River Phoenix) è un ragazzo sofferente di narcolessia che vive nel tormento di idilliaci ricordi d'infanzia e dell'ossessionante ricerca della madre. Il secondo (Keanu Reeves) è un rampollo di buona famiglia che si è calato nei bassifondi per scelta: in ribellione al padre, a tutto ciò che di ricco, potente e ipocrita quest'ultimo rappresenta. Insieme attraversano una travolgente odissea piena di avventure, degradazioni, bizzarrie e lezioni che fa comprendere all'uno di essere condannato senza uscita alla solitudine e all'altro che avere fortune di cui poter disporre non è, in fondo, affatto detestabile.

My Own Private Idaho è uno dei primi veri successi autoriali di Gus Van Sant. Con grande attenzione verso le psicologie dei personaggi (sempre una qualche sorta di reietti o di esclusi) e verso le contraddizioni della cultura e della società, il film spicca per la schiettezza e insieme il pudore con cui racconta ogni vizio dei 'ragazzi di vita' che abitano i marciapiedi del mondo e per il suo dare vita ad un'atmosfera sorprendentemente capace di ibridare echi della protesta dei lontani anni Settanta, residui della voglia di spensieratezza dell'ancora fresca stagione 'Eighties' e presagi dell'oscuro individuale nichilismo urbano dei neonati anni Novanta.
Da segnalare citazioni dall'Enrico IV di Shakespeare. Coppa Volpi veneziana a Phoenix per la migliore interpretazione.


con Keanu Reeves, River Phoenix, William Richert, Udo Kier
Belli e dannati (My Own Private Idaho) di Gus Van Sant, USA, 1991, colore, 100 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Moreno Comotti)

Per il proseguimento della rassegna IL BELLO DEI NOVANTA ecco imbatterci in ben due fascinosi volti in un sol colpo: Keanu Reeves e (il compianto) River Phoenix.
Il primo è l’attore dall’esotico taglio degli occhi che tutti conosciamo per “Matrix” e, prima ancora, anche per “Piccolo Buddha” di Bertolucci o per “Point Break” della Bigelow; l’altro è l’ultimo divo-maledetto che la storia del cinema ci abbia consegnato dopo James Dean, dalle capacità di bucare l’obiettivo già evidentissime sin da preadolescente, in grado poi di ottenere una nomination all’Oscar a 18 anni (sotto la direzione di Sidney Lumet: “Vivere in fuga”), di farsi arruolare nei cast da già una decina di registi di prim’ordine, eppure dai sentimenti e dalla personalità sempre squassati da un’inquietudine che lo ha fatto tuffare nel consumo di sostanze più smodato immaginabile causandone la morte nel 1993, a soli 23 anni.

“Belli e dannati” è il terzo lungometraggio dell’indipendente regista e sceneggiatore Gus Van Sant. Uscito nel 1991 (il titolo originale è “My Own Private Idaho”, cioè “Il mio piccolo Idaho” o meglio ancora “Il piccolo Idaho tutto mio”), ha due fonti di ispirazione per il soggetto: il testo di un’omonima canzone pop del gruppo B-52, ma soprattutto l’”Enrico IV” di William Shakespeare. Dal brano dei B-52 il film mutua il concetto della ristrettezza d’orizzonti che tende ad avere la gente qualunque, per la quale ogni cosa anche solo leggermente estranea dall’abitudinario del proprio ‘orticello’ risulta incomprensibile o addirittura pericolosa. Dal dramma shakespeariano, invece, “Belli e dannati” riprende in particolare il segmento in cui il figlio del monarca protagonista, sapendo assicurata la sua successione al trono, opta nel frattempo per una vita dissoluta e godereccia. Il giovane principe diviene qui Keanu Reeves; William Richert va invece a ricoprire il ruolo del ‘Falstaff’ interpretando un losco ma bonario ubriacone e pederasta capobanda di una corte di disperati e libertini. Grandissima parte dei dialoghi che i due nel film pronunciano hanno un gustosissimo tono aulico che è direttamente proveniente dal testo teatrale.

Gus Van Sant ci racconta fondamentalmente delle avventure di due giovani vagabondi disposti anche a degradarsi, a vendere il proprio corpo per mantenersi; l’uno irrimediabilmente in balìa del sogno di un amore materno perduto (Mike/Phoenix, personaggio che per di più risulta affetto da narcolessia – il disturbo per cui si cade addormentati nei momenti meno opportuni –: pieno quindi d’angoscia per il non poter mai essere padrone del proprio tempo e delle proprie azioni) e l’altro (Scott/Reeves) caratterizzato da un libero arbitrio estremo che gli consente di abbracciare o di rinnegare scelte e persone a seconda di ogni opportunità prevalente.

Il film si presenta come una particolarissima e inusuale combinazione di diversi stati d’animo e di soluzioni d’opera variegate. In maniera originale, quasi sperimentale vediamo stare a stretto contatto scene apertamente bizzarre, cariche della più ìlare atmosfera kitsch, e momenti di cristallino e malinconico lirismo, situazioni di alta scabrosità – tuttavia, sorprendetemente, mai volgari – con guizzi di spensierata azione ed avventura, struggimento pessimistico con un’ironia graziosa e sapiente. Sul lato tecnico-stilistico si individuano anche esercizi da videoarte (si vedano la scena delle copertine delle riviste che prendono vita o le rappresentazioni ‘immobili’ dei rapporti sessuali, alla tableau vivant) e addirittura inserti documentaristici puri (non tanto i fotogrammi con i salmoni d’acqua dolce dell’Idaho che risalgono la corrente o le panoramiche paesaggistiche, ma la sequenza in cui un vero ragazzo da marciapiede confessa alcune delle sue esperienze personali). Nel suo sentimento generale “Belli e dannati” pare far respirare, insieme, l’aria di protesta che aveva contrassegnato la Beat Generation e gli anni ‘70, i residui della voglia di spensieratezza dell’ancora fresca stagione Eighties ed i presagi dell’oscuro individuale nichilismo urbano dei neonati anni Novanta.

In relazione a quelli che si dimostrano i suoi temi centrali, “Belli e dannati” potrebbe essere ascritto alla corrente del New Queer Cinema (quella ispirata alla cultura gay, in difesa dell’orgoglio omosessuale), ma ridurre il film unicamente a questo sarebbe errato. Partendo infatti da un punto di vista che è molto sovrapponibile a quello pasoliniano (tra le altre cose, attento cioè al coglimento e all’adorazione dell'innocente primitività che sarebbe originariamente presente nel cuore dell’essere umano), Van Sant tenta un’elevazione della sua pellicola ad un livello di fruizione più universale per condividere una critica verso le costruzioni sociali e culturali che in ogni epoca si legano al cattivo progresso, e per comunicare che il condannare è sì una facoltà legittima, ma che il rifiutare l’atto della comprensione è tuttavia sempre sbagliato.

“My Own Private Idaho” partecipò alla 48^ Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia fruttando a River Phoenix la Coppa Volpi come miglior attore. La sua parte dello smarrito senza prospettive altre dal restare in bilico tra interruzioni della veglia e bisogno d’amore puntualmente disatteso è tra le più memorabili della sua carriera interrotta.

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giovedì 28 settembre 2017

Lunedì 2 Ottobre: Ritorno dal nulla

Inaugura la rassegna
IL BELLO DEI NOVANTA


Ritorno dal nulla

Liberamente ispirato al romanzo Jim entra nel campo di basket scritto da Jim Carroll, Ritorno dal nulla (S. Kalvert, USA 1995) rappresenta il primo vero debutto da attore protagonista per Leonardo Di Caprio, che dopo alcune fugaci apparizioni televisive e un ruolo da comprimario in Buon compleanno Mr. Grape viene messo alla prova in questo lungometraggio sul mondo della droga interpretando Jim, un ragazzo difficile che insieme a un gruppo di amici precipiterà in una spirale sempre più drammatica.
Dopo la morte di uno dei ragazzi che frequenta, Jim Carroll inizia a registrare in un diario le sue giornate, segnate dalla pallacanestro di strada e da un rapporto con le sostanze che diviene morboso e che porta lui e i suoi malcapitati compagni attraverso le oscure vie della prostituzione e del degrado umano, alla ricerca della prossima dose: il ritorno alla normalità sarà una via crucis lastricata di vittime, con la consapevolezza che uscire dal tunnel dell'eroina è impresa per pochi eletti.


con Leonardo Di CaprioLorraine BraccoMark Wahlberg 
Ritorno dal nulla (The Basketball Diaries) di Scott Kalvert, USA, 1995, colore, 102 min. ca

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PRESENTAZIONE (a cura di Antonio Sarti)

Partiamo con questo primo appuntamento dal 'Bello dei Novanta', dove il «Bello» è esattamente ciò che la parola significa: applicato ad alcuni attori che hanno a loro modo segnato la storia degli anni '90 nella cinematografia. Non vi nascondo che la discussione sui nomi da inserire è stata intensa e combattuta, ma alla fine siamo arrivati a selezionare quattro nomi e altrettanti film: Leo Di Caprio, Johnny Depp, Brad Pitt, Keanu Reeves e River Phoenix. Non male no?

Il primo film che vi presentiamo è “The Basketball Diaries”, conosciuto nella consueta pessima traduzione italiana come “Ritorno dal nulla”: il titolo originale richiama infatti l’omonima raccolta di testi in forma di diario nella quale Jim Carroll, autobiografica figura centrale del film, narra il suo terribile percorso di autodistruzione prima e di rinascita poi. Dall’essere una promessa del basket made in USA al girare l’America per raccontare la propria esperienza con la droga, fino a diventare uno dei più celebrati cantori della letteratura novecentesca americana.
Il protagonista che interessa a noi è però l’attore che interpreta Jim Carroll, un giovane e ancora non consacrato Leonardo Di Caprio: appena ventenne ma già con diverse esperienze alle spalle, per l’acerbo Leo è il momento di mettersi alla prova per la prima volta con un ruolo da protagonista: il risultato è eccellente e lascia già vedere i caratteri più importanti della sua carriera, la grande capacità di immedesimazione non solo nel personaggio ma nei suoi pensieri, nei suoi modi d’agire. Di Caprio, che non a caso interpreterà sempre ruoli 'forti' di personaggi indelebili come in “The Aviator” e “Prova a prendermi”, confermerà poi anche una grande versatilità di ruoli, spaziando dal romantico di "Titanic" all’inquietante ma riuscitissima performance in “Revolutionary Road”, senza dimenticare gli psicodrammi thrilling di “Shutter Island” e “Inception”.

Un appunto di merito va anche a un altro giovanissimo presente nel film, Mark Wahlberg, alle prese anch’egli con le prime esperienze da personaggio di rilievo e che finirà per essere un carico da novanta nel mazzo di carte di Martin Scorsese: insieme a Di Caprio lo rivedremo infatti in “The Departed”, mentre magistrale e memorabile rimane la sua interpretazione in “The Italian Job”.

Lasciando al film il compito di raccontarvi la storia, concludo con alcune parole tratte dall'introduzione di Tiziana Lo Porto a “Jim entra nel campo da basket”, la prefazione scritta da Carroll stesso:
Tutto quello che c’è da dire e da sapere su Jim Carroll sta in un rapido elenco di parole: pallacanestro, poesia, rock’n’roll, eroina. L’ordine non è importante, le parole sono quelle. Racchiudono in sé grazia e vulnerabilità, potenza e resa. Così per la durata di una vita, nel caso di Jim Carroll costellata di episodi memorabili e mai lontanamente facile. […] Di lui Jack Kerouac scrisse: «A tredici anni, Jim Carroll scrive meglio dell’89% dei romanzieri di oggi». Vai a capire perché 89 e non 80 né 90.
La cosa più bella del film “Ritorno dal nulla”, diretto da Scott Kalvert, è Leonardo DiCaprio. Somigliava talmente a Jim Carroll che quando quest’ultimo andò a vedere il film in sala per la prima volta insieme all’amico Lou Reed, si sentì dire da Reed: «In ogni gesto che fa questo ragazzo è uguale a te. Prende persino le cose dalla giacca come fai tu!».

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mercoledì 27 settembre 2017

Da OTTOBRE a DICEMBRE 2017: tutti i programmi

La seconda parte della stagione cinefila 2017 del circolo Amenic in tutti i suoi dettagli!



IL BELLO DEI NOVANTA (2 - 23 Ottobre 2017) — Rassegna dedicata alla generazione di attori sex-symbol consacratasi durante gli anni '90, alla scoperta di lungometraggi che colgono i vari Leonardo Di Caprio, Keanu Reeves, Brad Pitt e Johnny Depp in momenti delle loro carriere nei quali erano già più che promesse di bel talento, ma non ancora le fascinose stelle osannatissime dai fandom e ricercate ovunque per il loro appeal di assoluto richiamo.

GROTTESCA-MENTE (30 Ottobre - 27 Novembre 2017) — Una sintesi del cinema grottesco che omaggia Autori del classico contemporaneo la cui fortuna artistica più grande si è anche o soprattutto basata sulla deformazione assurda della realtà, sull'onirismo perturbante, sulla messa in scena della dimensione psichica.

THE BRAT PACK (4 - 18 Dicembre 2017) — "Brat pack" ("branco di monelli") è l'espressione con cui venne identificato il gruppo di interpreti ragazzi che negli anni Ottanta costituì il 'volto' di brillanti film legati alla (sotto)cultura adolescenziale americana. A questo cinema, di rimando ed ovunque divenuto molto popolare ed innalzatosi ad icona di un certo sentire giovanile, è dedicata la rassegna: con una particolare attenzione ai favolosi lavori firmati in prima persona o come collaboratore di peso dal regista e sceneggiatore John Hughes.

Ingresso con tessera associativa F.I.C.C. 
proiezioni presso sala A. Cremonesi del Museo Civico di Crema e del Cremasco
alle ore 21:10

venerdì 25 agosto 2017

Lunedì 28 Agosto: Il bambino che scoprì il mondo

Festeggiamenti per l'80° anniversario di A.V.I.S. Crema
ancora la rassegna all'aperto CINEMA AL PARCO


Il bambino che scoprì il mondo

In un villaggio rurale del più povero Sudamerica un bambino vede suo padre distaccarsi dalla famiglia in cerca di lontano sostentamento. Quando la mancanza del genitore si farà troppo forte il bambino si metterà al suo inseguimento, guidato dall’eco della melodia che l'uomo soleva suonargli. Il bambino scoprirà tutte le cose belle e tutte le cose brutte di cui è fatto il mondo, e afferrerà infine l’essenza del cuore degli uomini e dello scorrere dei tempi della vita.

Un'esperienza visiva tra le più inconsuete e strabilianti, un'espressività tra le più poetiche e comunicative. Usando tecniche pittoriche artigianali disparatissime (matite colorate, pastelli a olio, penne, pennarelli, collage) e concependo un'ambientazione uditiva senza dialoghi sostanziali ma ricchissima di suoni, melodie e vocalità, Alê Abreu sposa stilizzazione ed accumulo intricato, primitiva significazione e profondità d'interpretazione, consequenzialità ed illinearità e narra un'esemplare storia affettiva intima che non può che compiersi, psicoevolutivamente, attraverso l'onesta consapevolezza che a plasmare il mondo sono anche i mali e le storture.
Selezionato e premiato in oltre quaranta film festival del settore tra i più importanti del globo (da Annecy ad Hiroshima) e nominato agli Oscar 2016 per il miglior film d'animazione.


Il bambino che scoprì il mondo (O Menino e o Mundo) di Alê Abreu, Brasile, 2013, animazione colore, 76 min. ca

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Ore 21:30
presso il giardino di Parco Chiappa:
via Monte di Pietà 7, Crema (sede A.V.I.S.)
INIZIATIVA GRATUITA APERTA A TUTTA LA CITTADINANZA
ACCESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI
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venerdì 18 agosto 2017

Lunedì 21 Agosto: Porco Rosso

Festeggiamenti per l'80° anniversario di A.V.I.S. Crema
prosegue la rassegna all'aperto CINEMA AL PARCO


Porco Rosso

C'era una volta, durante la Grande Guerra, l'asso dell'aviazione militare italiana Marco Pagot. C'è ora, qualche anno ed un misterioso sortilegio più tardi, un maiale antropomorfo cacciatore di taglie che pattuglia i cieli dell'Adriatico con un bolide vermiglio. Il suo nome di battaglia è Porco Rosso. I suoi nemici sono i furfanti e i calpestatori della libertà.

Il Maestro dell'animazione (co-fondatore dello Studio Ghibli) Hayao Miyazaki al sesto lungometraggio da lui interamente sceneggiato e diretto offre libero sfogo alla sua antica passione per l'aviazione e per i veicoli bellici, sceglie senza equivoco di esprimere il suo credo antiassolutistico, gioca con grazia romantica a ricreare ed esaltare geografie naturali e urbane di reale connotazione e costumi d'epoca.


Porco Rosso (Kurenai no buta) di Hayao Miyazaki, Giappone, 1992, animazione colore, 94 min. ca

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Ore 21:30
presso il giardino di Parco Chiappa:
via Monte di Pietà 7, Crema (sede A.V.I.S.)
INIZIATIVA GRATUITA APERTA A TUTTA LA CITTADINANZA
ACCESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI
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